10 cose che contano nella scrittura

UNO: il formato conta

È vero, io sono uno di quelli che ha comprato “La bella burocrate” perché non è un libro rettangolare ma traopezoidale, quindi forse il mio punto di vista sulla questione è bocciato in partenza, ma quando trovo dei libri poco curati nella forma (scritte troppo piccole, interlinea troppo stretta, colore che trapassa sull’altro lato del foglio, margini troppo stretti o troppo larghi), io penso “sì, sì, bella storia stocazzo… non riesco ad arrivarci, alla storia”. È il primo punto perché è il meno importante, ma il più sostanziale in senso etimologico.

DUE: la lunghezza conta

Non ho mai nascosto di non iniziare neanche a leggere le saghe da dodici volumi. Se non sai raccontarmi una storia in quattrocento pagine, iniziamo male. Se non ci riesci in ottocento, probabilmente non ti leggerò. Ma sei sopra le milleduecento, il mio sospetto è che tu

  • non sappia finire la storia o
  • stia allungando il brodo perché sei più interessato a farmi spendere soldi che a raccontare una buona storia.

Hey, bellǝ, sei tu che hai infranto il patto narratorǝ-fruitorǝ per primǝ.

TRE: le prime venti pagine contano

Nelle prime venti pagine mi aspetto di aver perfettamente chiari questi tre elementi: che tipo di romanzo è (il suo genere. Certo che lo so già prima, ma entro le venti pagine voglio vederlo, annusarlo e odorarlo, il genere); chi sono l3 protagonist3 (e quali sono i loro reciproci rapporti); qual è il tono della storia (comico? drammatico? malinconico? cerebrale? pauroso? Va bene tutto, purché io sappia in che cosa mi sto infilando).

Queste tre cose vengono anche prima della storia in sé: per me non è necessario sapere fin da subito qual è a grandi linee il plot, anzi: ritengo che averlo subito chiaro sia in generale uno svantaggio in un libro, perché è un un buon termometro del grado di prevedibilità.

QUATTRO: le spiegazioni contano

Sapere quando spiegare qualcosa o quando invece è meglio lasciarla non detta è una delle robe più difficili, per chi scrive narrativa ambientata in mondi finzionali molto diversi dal nostro (e non solo). A dire il vero, è uno dei motivi per cui ho smesso di leggere i fumetti Bonelli, i cui autori che leggevo io (mi vengono in mente solo uomini) provano in generale la necessità di far dire ai loro personaggi che stanno cadendo da una torre colpiti da un dardo: “ah, il dardo è avvelenato…”.

Nella narrativa non disegnata esistono degli evidenti indice, tipo le battute dei dialoghi che riportano i nomi degli interlocutori e delle interlocutrici o cose come “Pierferdinando, anche se sei mio fratello devo dirti che…” Mamma mia.

CINQUE: i subplot contano

Io non sono un appassionato dei subplot (i quali comunque hanno ragion d’essere secondo me dalle 150 cartelle in su), ma devo ammettere che ormai romanzi senza un subplot mi paiono privi di qualcosa. Se non c’è un subplot che arricchisca, almeno deve essercene il flavour: anche solo un personaggio secondario che fa cose fuori dal plot. Non trovo necessario invece che vengano tutti risolti, anzi: mi piace che qualche filo (non essenziale) rimanga in sospeso, perché le storie troppo compiute e concluse mi mettono tristezza.

SEI: le scene memorabili contano

Diciamo la verità: se non c’è almeno una scena memorabile (può anche solo essere una battuta proprio ben riuscita o un oggetto sorprendente o uno scenario mozzafiato), la storia finisce presto nel dimenticatoio.

SETTE: il world building conta

Ora, senza stare a impazzire, ma se l’autorǝ della storia non dimostra di avere un’idea del funzionamento generale del mondo a livello biologico, sociale, tecnologico (e magico), culturale in senso stretto e linguistico, lɛ lettorɛ come me abituatɛ a certi tipi di letture, se ne rendono conto. E la sospensione dell’incredulità non è più sospesa.

OTTO: l’imprevedibilità conta

La prevedibilità e rassicurante, ed estrarre una svolta nella trama come una ovvia conseguenza di una qualche pistola di Checov messa lì prima è qualcosa che appaga il lettore e la lettrice. Ma senza il guizzo che ti distingua, non potrai appunto distinguerti.

NOVE: la sensibilità conta

Saper affrontare argomenti sensibili in maniera non superficiale o stereotipica è pura classe; saper raccontare la quotidianità o l’eroismo senza stereotipi è la dimostrazione di saper scrivere.

Dici che non è detto che si debbano toccare argomenti sensibili scrivendo fantasy e fantascienza? Ursula Le Guin sosteneva che niente è più adatto a raccontare la realtà dei mondi immaginari: forse non è detto che si debbano toccare argomenti sensibili scrivendo fantasy o fantascienza, ma è come usare un vermouth pregiato per innaffiare le piante.

DIECI: il messaggio conta

Si legge narrativa soprattutto per stare bene, ma poiché qualsiasi cosa scrivi ha un messaggio (anche il cercare di non metterlo), tanto vale sforzarsi un po’. Il che non vuol dire che ogni cosa deve necessariamente contenere pipponi: i fantasy comici di Terry Pratchett hanno posizioni ben precise su un mucchio di cose e sono anche divertenti, questo perché è possibile lasciare che il messaggio venga espresso dalla tua voce e dal tuo sguardo su quello che racconti.

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Linguist, entrepreneur (co-founder of Maieutical Labs), curious. I’m here on Medium mostly to learn, even when I write something.

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Adri Allora

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