“Ai miei tempi si usava la bacchetta.” No, non ai miei.

Allora! Ti metto una nota!

Ho un bel non-ricordo del liceo, è un non-ricordo perché ne ho conservato il risultato senza avere memoria di come l’ho conseguito.

Il risultato in questione è un foglio del diario credo di quinta ginnasio che ho strappato e incorniciato, sta ora nell’ingresso di casa mia, è questo:

Le firme della preside e di mio padre sono invertite, non badarci. E non so perché nota e firma sembrano scritte da persone diverse… mistero…

Il testo riporta una nota dell’allora preside della scuola secondo la quale: “Il fanciullo si assenta dalla classe senza permesso con il pretesto di consegnare dei fogli che risultano bianchi”. Sotto la firma, mio padre ha ritenuto opportuno appuntare una propria comunicazione: “Ai miei tempi si usava la bacchetta”.

Vabbé, io adesso ci rido e sono convinto che pure la noticina di mio padre fosse stesa con spirito più che come indicazione operativa — bacchettate non ne ho mai prese e lui è sempre stato sveglio: è una nota scema e non poteva non capirlo — , ma oggi, quando penso alle note che hanno popolato numerose i miei diari, e pure in un contesto familiare in cui il ruolo dell’insegnante non era mai messo in dubbio, non posso negare che siano state inutili.

No, aspetta, lo dico meglio: totalmente inutili.

Erano per lo più una ammissione di incompetenza da parte dell’insegnante di turno che non era in grado di capire perché non funzionavo correttamente.

Io ho imparato dai docenti che sapevano spiegare e coinvolgermi, non da quelli che mi mettevano le note e i quattro (eccetto che nel caso della mia pessima insegnante di storia e filosofia del liceo, alla quale dissi esplicitamente: “lei dovrebbe insegnare filosofia e invece castra il pensiero in classe e si limita a chiederci le date” e lei mi rispose: “è quello che impongono i programmi ministeriali”. Ecco, quella fu una risposta molto formativa: non mosse di una virgola quello che pensavo e penso tutt’ora della persona, ma mi istruì riguardo a un modo di fare male quel lavoro: ricordo ancora che la Dissertazione di Kant è del 1770, ma ho imparato sul pensatore più dal mio amico Filippo che dalla professoressa).

Ora, io non credo nei piccoli Recalcati: la spinta erotica all’insegnamento fa innamorare dell’insegnante, non della disciplina; ma non posso negare un’idea che la ricerca didattica ha ormai smarcato da tempo:

si impara più e meglio con l’interesse che con la paura e le punizioni.

La punizione come strumento didattico non è l’unica idea, ma certo tra quelle fondanti, del set memico dell’Educazione Tradizionale che la scienza sta smantellando. Un altro esempio? Secondo il neuroscienziato Douglas Fields non si deve lavorare initerrottamente ma sono necessari dei brain breaks all’interno della lezione — e specificatamente, nella formulazione di Paul Kelley, tra la presentazione, il richiamo/esercitazione e la memorizzazione — che permettono di disattivare i neuroni e le conoscenze interessatǝ dagli argomenti della lezione e che riattivandosi quando il break finisce rendono più stabile l’acquisizione… ah, questo metodo, che nella formulazione di Kelley si chiama spaced learning, riduce anche i problemi di disciplina!

Non solo, però, la nota è uno strumento cretino, è anche uno strumento applicato cretinamente (in senso etimologico: la parola cretino deriva da cristiano: i primi cristiani erano ritenuti dei creduloni): come se fosse una bacchetta magica che risolve da sola i problemi, mentre qualsiasi studio un minimo serio (questo qui, per esempio), ti dirà che anche quella di punire è una pratica che va esercitata a ragion veduta.

Quale obiettivo si pone unǝ insegnante che pone una nota?

Comunicare alla famiglia che lǝ studente disturba in classe?

Ma ǝ genitorǝ non stanno nell’aula durante la lezione! Evidentemente lo scopo in questo caso è demandare alla famiglia la punizione che l’insegnante non può erogare a scuola… quale tipo di sub-umanǝ mette una nota nella speranza che papà ti massacri di botte e tu capisca che devi stare zitto in classe (i maschili sono voluti, ma vale anche per le donne)? E chi è così limitatǝ da pensare che se non voglio fare i compi di mate o latino, togliendomi tvcellulareplayipad inizierò a farli invece di farti credere che li ho fatti? Mia madre mi tenne nascosto per tipo due mesi “Il signore degli anelli”, e fu una straordinaria occasione per leggere anche altro. E anche fosse: se unǝ studente studia perché non ha altro da fare, quale idea dello studio e delle discipline che veicola stiamo facendo passare?

Aggiungo tre domande, su tre punizioni, che mi porto dietro dalla quinta elementare (10 anni, ma alcune me le sono riproposte anche dopo, molto dopo), quando per motivi familiari fui costretto a cambiare scuola:

  1. quando l’insegnante ti urla contro davanti a tutti perché sei arrivatǝ in ritardo (in inverno a me succedeva almeno una volta alla settimana: prendevo il pullman di linea invece dello scuolabus e i ritardi erano abbastanza normali), davvero pensa che questo cambierà in qualche modo una situazione (i ritardi) che solo in un numero risibile di casi dipende dalle possibilità di intervento di unǝ ragazzǝ?
  2. quando l’insegnante ti fa saltare l’intervallo per punizione, davvero pensa che all’inizio dell’ora successiva sari bellǝ frescǝ e pieno di voglia di imparare le cose che tenta d’insegnarti?
  3. quanto l’insegnante mette la nota di classe, davvero pensa che quello che ha fatto casino verrà in qualche modo socialmente sanzionato? Di solito è il o la più forte, quellǝ che ha meno paura di farsi male… e farà un culo così a chiunque osi anche soltanto lamentarsi per una punizione ingiusta.
Trovata su Pinterest. Salvata. E poi mai più ritrovata.

Ma torniamo ai perché mettere le note. Si mette una nota per…

Comunicare alla famiglia che lǝ studente non ha fatto i compiti?

Questo è più interessante della disciplina in aula. Se però lo scopo non è quello di cui sopra (far punire ǝ ragazzǝ altrove), forse servirebbe formulare il messaggio in termini un po’ meno stringenti di “X non ha fatto i compiti della materia Y”: a chi si sta parlando? Si sa come verrà recepito il messaggio? Con questo messaggio si sta proponendo/discutendo qualche strategia di indirizzo? Questa nota è l’unico strumento che ho messo io docente in atto per garantire che l’allievǝ faccia i compiti? Davvero davvero davvero? Intendo a parte mettere due, eh, ché siamo sempre lì: la sostanza rispetto alla nota non cambia. Mai sentito parlare di rinforzo positivo al di là del voto?

E a questo punto vengono le due domande più importanti: ma se non stanno attentǝ in classe (te lo dico in termini semplici: sei noiosǝ) e non riesci a far fare loro i compiti (di nuovo in termini semplici: hai fatto capire che quello che fanno con te è inutile e noioso), almeno

tu ti diverti a insegnare? A farlo nel modo in cui lo stai facendo?

Perché guarda, l’insegnamento può essere divertente e stimolante, una sfida che a volte ti mortifica e ti illude ma restituisce anche soddisfazioni (non quando quello che prende sempre dieci ne prende un altro, ma quando quello che si fa sempre i cazzi sua una volta ti ascolta attento e poi fa una domanda a tema).

Te lo garantisco perché l’ho visto

  • come studente (dalle elementari al dottorato: quelli che si divertono li becchi e spesso condividi la loro gioia)
  • poi come docente (corsi di apprendistato e università, episodiche esperienze in altri livelli)
  • infine come genitore nei resoconti deǝ mieǝ figlǝ e quando riuscivo a spiegare loro delle cose teoriche nel modo giusto.

Però, se manco tu ti diverti a insegnare (eccetto quando metti dei voti alti a gente che se li prenderebbe anche senza il tuo intervento), allora sei nella situazione ideale per ripensare la tua didattica ;)

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Linguist, entrepreneur (co-founder of Maieutical Labs), curious. I’m here on Medium mostly to learn, even when I write something.

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Adriano Allora

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