Che poi mi fa morire che il solvente si chiami Ma va là. La famosa Svizzera piemontese…

Superficialità

ovvero: degli strati più esterni di una persona

Il contesto è una serata tra amici di vecchia data, il punto di partenza il fatto che ho iniziato a mettermi lo smalto sulle unghie:

— Ma hai cambiato anche altri gusti?

(So esattamente che cosa intende: mi chiede, ma “così per ridere”, se sono “diventato gay”, ma voglio vedere se ha il coraggio di esplicitarlo) — Che gusti?

(Ridendo) — Eeeh, gusti.

(Anch’io sorrido) — Guarda, anche se fosse, tu non mi interesseresti.

Mi dipingo le unghie perché mi piace. Mi piace vedermi le dita che terminano con un tocco di colore, mi piace il pensiero di avere le unghie colorate e mi fa impazzire subito dopo che mi sono messo lo smalto come sono costretto a muovere le dita per non rischiare di toccare contro qualcosa e rovinare il mio rozzo e meticoloso lavoro: in quei momenti le mie mani ballano una danza prima sconosciuta, ma elegante e sensuale.

Quindi il primo motore di questa nuova abitudine è pura vanità.

Però devo anche ammettere che che lo smalto presenta un altro incredibile pregio: a differenza di quanto sostenevano le Regole di Internazionale di qualche settimana fa riguardo all’essere fluidɛ, in provincia le unghie pittate bastano e avanzano per metterti sotto una certa luce. Lo smalto sulle unghie mi costringe a vedere me stesso e il mondo con occhi che non sono i miei. Eh, già, perché in queste ultime settimane sono improvvisamente e momentaneamente stato qualcosa che non ero mai stato prima:

  • una persona a cui si fanno complimenti sul suo aspetto (la gentilissima donna che mi dice che con le unghie pitturate “la faccio morire”);
  • una persona usata a riferimento per questioni estetiche (il padre che commenta con la figlia adolescente che il verde glitterato che usavo all’inizio “sì che sta bene a un uomo, non come il nero del tuo amico”);
  • un segno del decadimento dei tempi (il ragazzo che mi chiede se mi sono davvero messo lo smalto e poi commenta “dove andremo a finire”)
  • una persona gender (sì, esattamente in questi termini, e mi ha molto fatto pensare che prima ero evidentemente a-gender);
  • un omosessuale (“ma sei gay?”).

Non sono gay, credo che la monosessualità in generale rappresenti una rinuncia ma credo anche che ognuno rinunci a quel che vuole e che attraverso queste rinunce definiamo noi stessɛ. Però è un’esperienza utile, e poetica, e gravida di altre riflessioni quella di essere costretto nei panni di altri.

Per esempio stasera, ascoltando con quella premessa una (sempre troppo) lunga serie di (false) battute autoironiche sull’incapacità di accettare l’omosessualità, ho pensato a quanto molte persone si sentano minacciate dall’alterità, a quanto forti siano i condizionamenti e quanto deboli e spaventati siano coloro che non riescono a tollerare l’idea di essere oggetto di una fantasia omosessuale. Ho capito (perché ho sentito sulla mia pelle, anche se nessuno si è rivolto direttamente a me) quell’aggressività, la stessa di coloro che hanno scoperto che della gente usava lo schwa e hanno creduto che ci fosse una qualche aggressione alla lingua.

Avrei capito le stesse cose senza dipingermi le unghie? Non credo. Avrei potuto chiedere, ma sarebbero state comunque acquisizioni di seconda mano, veicolate dalla sensibilità di altri. No: io ho bisogno di cambiare il mio punto di vista, per arrivarci, ho bisogno di sentirmi incluso in quella narrazione in una posizione che non è quella dell’eterocis.

Ha una logica: nel tatuaggio che ho sulla schiena, oltre ad altre cose, ho posto in punti diametralmente opposti una rozza formulazione dell’idea che “esistono infinite incognite” e “ego, hic, nunc” ovvero quella che nella filosofia del linguaggio è identificata come origo bühleriana: io, qui, adesso: il punto zero cartesiano di qualsiasi enunciazione (tanto che si dice che “io sono qui adesso” sia una verità logica, mai falsa). L’ioquiadesso e l’infinità delle esperienze possibili sono opposti ma necessari uno all’altro, non si può veramente accedere ad uno senza passare dall’altro.

Non ho una foto, quindi o screenshottato il mio profilo whatsapp. Ciao poveri!

Ma c’è anche un altro pregio, di questa storia dello smalto: mettendomelo, pongo una distanza tra me e un certo tipo di maschio in cui non voglio riconoscermi e in cui non credo. Quello che mai e poi mai si metterebbe lo smalto, quello che mi dice “non si può vedere”, quello che, sempre ridendo-per-carità perché-non-c’è-cattiveria, mi dice di girare le mani per non mostrare le unghie. È una tautologia, certo: metto lo smalto per dichiarare che non è un problema metterlo, che per me non è un problema essere un uomo che mette lo smalto. Che sono un alleato.

C’è quindi, in ultimo, anche un’istanza politica. Pertanto, credo che vorrò andare più avanti, e sostituire i miei orecchini con dei bei pendenti.

Chissà quali nuove cose meravigliose e terribili capirò meglio.

E adesso quali scelgo?

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Linguist, entrepreneur (co-founder of Maieutical Labs), curious. I’m here on Medium mostly to learn, even when I write something.

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Adriano Allora

Adriano Allora

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