Domenica mattina, ore 9:30. Niente di meglio di birra artigianale per stimolare la scrittura di questo post. Dici che che le 9:30 è un po’ presto per la birra? Non sai com’è stata la notte appena trascorsa. Behave!

Democratizzare l’educazione

Democrazia ed educazione sono due parole che stanno bene insieme per un mucchio di motivi (ma ne basta uno: senza educazione non può esserci democrazia) eppure democratizzare l’educazione sembra una specie di irraggiungibile morgana: la scuola Italiana, a fronte di tanti, tanti ottimi indici di democratizzazione, rimane rigidamente classista (lo racconta bene nel suo libro “Tutti i banchi sono uguali” Christiam Raimo, ma anche roba online ce n’è: ti basta leggere quello che scrivono Gianfranco Desimone, Simone Giusti, Sabina Minuto…).

Ma oggi voglio condividere con te alcune riflessioni su una particolare accezione del lemma democratizzare.

Prendiamo la questione GameStop

Di GameStop si è parlato un bel po’ nelle scorse settimane (qui non si fa cronaca, quel che succede lo uso per parlare d’altro) e la vicenda è presto riassunta: un certo numero di piccoli investitori, organizzati a questo scopo, ha investito massicciamente sulla catena di dettaglianti di videogiochi e console danneggiando dei grandi fondi che avevano puntato sul ribasso delle azioni di GameStop.

Tralasciamo:

  1. la natura del mercato finanziario, che è un grande gioco di strategia slegato dal mondo reale (GameStop è in una situazione critica, e da un bel po’ di tempo);
  2. la possibilità che i fondi speculativi possano appartenere a dei fondi pensionistici (la sola idea che un’orda di wannabe giustizierɛ convintɛ di “rubare ai ricchi per dare ai poveri” stia danneggiando i fondi pensione dei miei dipendenti mi fa venire il sangue alla testa);
  3. l’app usata da questi investitori/giustizieri è di proprietà di fondi miliardari.

E concentriamoci su questo fatto: questa cosa è stata possibile grazie a una piattaforma di democratizzazione dell’investimento in borsa che si chiama Robinhood e che fa parte di un insieme di aziende tech che hanno “democratizzato” diversi tipi di servizi: trasporti (Uber), villeggiatura (Airbnb), spazi per il lavoro (WeWork), azione politica (Rousseau, ma se ne potrebbe parlare).

Non c’è nulla di simile nel campo dell’edtech?

Realtà a confronto.

Ho iniziato a riflettere sulla democratizzazione dell’educazione, mi è tornato in mente il piano La Buona Scuola, ho avuto una vertigine e ho ricominciato dall’inizio.

Quello che fanno quei siti è offrire un servizio “vuoto” il cui contenuto (trasporti, ospitalità e idee) viene valutato daɛ suoɛ fuitorɛ e questo serve a decidere se i contenuti sono buoni oppure no. Mi sono chiesto quali siano gli esempi di un funzionamento simile in campo edtech e mi sono risposto con:

  • le ripetizioni (da skuola.net a SchoolR, da Superprof a Classgap ce ne sono così tanti che qualcuno ha scritto articoli per orientarsi, tipo questo),
  • i saperi tecnici (Stack Overflow) e
  • le piattaforme tipo Moodle o Maple. O Google Classroom.

Iniziamo dicendo che nessuna delle realtà del primo tipo ha mai sfondato: in Italia una realtà come Tutored, che pure aveva ricevuto finanziamenti all’inizio del suo percorso, si è poi convertita alla formazione aziendale; all’estero, da Fluentify a Cambly (che in queste settimane sta appestando le mie playlist su youtube… dovrei pagare, ma sono un T-rex: il braccio è troppo corto per raggiungere la tasca col portafogli), la mia impressione è che riescano a crescere solo perché insegnano inglese su scala planetaria. In altre parole: riescono a crescere perché il bacino di potenziali utenti è enorme, ma la soluzione in quanto tale non offre da un punto di vista tecnologico, commerciale o contenutistico alcuno strumento per superare un limite piuttosto concreto:

Ecco, più o meno così.

Stack Overflow è un altro tipo di realtà, ha forse tra le altre caratteristiche specifiche il miglior sistema di valutazione della reputazione sul mercato e una licenza Creative Commons (BY-SA 3.0) su tutti i contenuti generati dagli utenti. Devo ammettere che ancora lo uso e ancora mi piace un mucchio, nelle rare occasioni in cui devo/riesco a programmare qualcosa, quindi il mio giudizio è sicuramente obnubilato ma non su un punto: si tratta di una realtà non esportabile al mondo della scuola perché il sistema di reputazione di Stack Overflow funziona grazie a tre premesse essenziali e non condivise nell’universo di riferimento:

  1. utenti con una significativa motivazione interna (spesso lɛ programmatorɛ sono appassionatɛ che amano condividere quello che sanno e apprezzano che la loro competenza sia riconosciuta);
  2. domande atomiche orientate a uno sfruttamento immediato (si tratta di programmatorɛ che vogliono/devono risolvere problemi specifici da risolvere subito, a unǝ studente sapere adesso quali sono le caratteristiche della poetica di Leopardi o come si risolve il cubo di un binomio, se l’interrogazione è domani, serve poco);
  3. possibilità di valutare in maniera chiara e immediata le risposte ottenute (se la domanda è “in Python come faccio a contare gli elementi numerici di una lista usando decorate?”, la risposta è giusta — reputation up per chi ha risposto — se mi fa ottenere il risultato desiderato, altrimenti no).

Maple, Moodle e gli LMS, posto che ognuno ha storia a sé (Maple, per dire, non è neanche nato come strumento didattico), è quello che più si avvicina al meccanismo che ho in mente: fornire un contenitore vuoto che favorisca la trasmissione di un contenuto in qualche modo negoziabile.

Allora tipo Moodle è l’Uber della didattica? Nah, non lo è e non potrà mai esserlo. Perché la didattica prende il peggio di due mercati: quello dei beni di lusso (hai la necessità di contenuti di altissima qualità) e il banchetto dell’ambulante sotto i portici (devi essere accessibile a chiunque e chiunque si permette di formulare qualsiasi giudizio su di te). Quindi Maple — è un nome a caso: vale per tutti lo stesso — non è l’AirBnB dell’edtech perché a chi fosse in grado davvero di produrre contenuti di altissima qualità sarebbe in più richiesto lo sforzo sovrumano di renderli accessibili, curarli, mantenerli, aggiornarli, diffonderli. Cioè fare quello che fa un editore. Come se all’autista di Uber si chiedesse anche di costruirsi e aggiustarsi da solo la macchina.

Classroom non fa contenuti e io non ci perderò altro tempo perché, anche se funziona benissimo, parlarne sarebbe come sostenere che Mail o Facebook siano software per l’educazione (ci puoi fare classi e veicolare contenuti, in fondo). È una piattaforma che gestisce gruppi di studenti, con un calendario e condivisione di documenti, ma non è uno strumento didattico.

User generated education?

Quello al centro calmo ha ottenuto finanziamenti per fare un LMS con user generated contents.

Periodicamente in Maieutical salta fuori la questione di esercizi creati dagli e dalle utenti finali, che poi scartiamo sempre sconfitti da tre obiezioni, sempre le stesse:

La prima è che autori e autrici devono essere formatǝ all’uso della macchina e la formazione è un costo (bisogna pagare qualcuno che la faccia). Perché noi dobbiamo fare formazione e Uber no? Perché gli autisti di Uber, quando hanno preso la patente hanno imparato a fare quello che avrebbero fatto dopo: guidare. Invece, se anche hai preso una laurea in matematica, non è detto che ti la sappia poi insegnare. Attraverso i nostri software.

Le nostre macchine sono strumenti che devono funzionare quando entra in gioco l’interattività quindi la formazione non è formale (questo campo serve a questo, quest’altro campo serve a quest’altro) ma sostanziale: questo messaggio devi scriverlo in questo modo perché sia efficace in un esercizio su smartphone, questo esercizio devi spacchettarlo così perché il carico cognitivo non sia eccessivo e lo scaffolding da un passaggio all’altro funzioni.

È così vero che non possiamo neanche applicare una logica del tipo: massì, falli su word poi noi paghiamo una persona meno preparata che faccia data entry, perché

se l’esercizio lo pensi su word, stai ignorando come verrà fruito.

I contenuti devono essere coerenti. Perché WeWork può permettersi di non venire in casa tua a vedere che tipo di scrivania stai offrendo? Perché se le esperienze di quel tipo sono molto eterogenee non è un problema.

L’esperienza didattica richiede continuità e coerenza, oltre che funzionare bene.

Questo significa che devi fare un lavoro redazionale sui contenuti generati dagli utenti e i costi di revisione si chiamano così perché costano. E se la gente non è selezionata e formata, costano più dei contenuti grezzi, e questo rende i contenuti generati dagli e dalle utenti antieconomici.

Gli autori e le autrici vanno retribuitɛ per il loro lavoro. Questo significa fare contratti e gestire transazioni. Abbiamo visto nel tempo diverse implementazioni su questo fronte (dagli aggregatori che ti danno una percentuale del fatturato annuo proporzionata alla percentuale degli usi totali fatti dei tuoi contenuti a chi richiede all’utente finale una microtransazione per ogni nuovo blocco di contenuti) e niente ci convince del fatto che i costi amministrativi (in una cornice economica in senso lato: non solo in termini finanziari) possano essere inferiori ai ricavi. E se i costi sono superiori ai ricavi, l’operazione non conviene.

Il risultato è che quindi strumenti didattici per la scuola popolati con user generated contents non abbia molto margine per attecchire, almeno in Italia (che è un bacino troppo piccolo di utenti potenzialmente autorɛ), come ha dimostrato Oil Project (che adesso è diventata la libreria di WeSchool): una visionaria iniziativa in cui i e le docenti scrivevano contenuti didattici da offrire a tuttǝ coloro che volevano fruirne. Perché Oil Project non ha funzionato?

  1. Perché il lavoro delle case editrici di scolastica non può essere riassunto in una sola persona: una casa editrice è un sistema che coordina chi decide cosa pubblicare, chi scrive (spesso più di una persona), chi corregge (sempre più di una persona), chi decide come deve essere il progetto grafico, chi sceglie immagini, chi le modifica perché siano adatte alla fruizione, chi impagina il tutto, chi rende disponibile on line, chi stampa, chi distribuisce, chi promuove nelle scuole le novità;
  2. Perché, se anche i tempi fossero stati maturi, nessuno avrebbe studiato su dispense online. I tempi sono maturi ora più di allora eppure, o forse a maggior ragione, se proprio devo studiare su un dispositivo elettronico, allora che tutte le possibilità del dispositivo elettronico siano colte, non solo in termini di gratuità (un falso presupposto, comunque) e facilità di distribuzione. E, per dirne tre, interattività, multimedialità e adattività non sono strumenti facili da gestire, se sei solǝ a realizzarli.

E quindi?

Non credo che l’educazione possa essere democratizzata, nel senso inteso in questo post. Credo invece che continuerà a dipendere fortemente da:

  • docenti formatǝ, valutatɛ e stimolati attraverso KPI che misurino il benessere e la crescita deǝ loro studenti;
  • apparati scolastici (daǝ dirigenti aǝ collaboratorɛ scolasticɛ passando per le segreterie) che siano valutatɛ e stimolati attraverso KPI che misurino il benessere e la crescita deǝ loro studenti (ops, maledetto copiaeincolla! Ah, no, volevo veramente dire la stessa cosa!);
  • famiglie a propria volta formate e sensibilizzate;
  • strumenti e metodi didattici sviluppati con competenza e professionalità dagli enti formativi di seconda linea: case editrici, enti di formazione del personale docente, strutture di supporto alla didattica (tipo i doposcuola).

Eppure sono certo che, se questi quattro punti fossero adeguatamente curati, la scuola sarebbe (ancora più?) democratica senza bisogno di far finta che per svolgere funzioni specialistiche non siano necessarie competenze specialistiche.

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Linguist, entrepreneur (co-founder of Maieutical Labs), curious. I’m here on Medium mostly to learn, even when I write something.

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Adriano Allora

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