Anche tu hai voglia di andare in vacanza?

Di contenuti e contenitori

E della didattica mobile-first

La prendo alla larga…

Tu ti sei mai chiestǝ perché ǝ motociclistǝ si salutano? (Tutti eccetto quellǝ che guidano BMW, quellǝ, in media, sono un po’ meno simpaticǝ dellǝ altrǝ.)

Se non sei motociclista, forse non te ne sei nemmeno accortǝ: ci si mostrano indice e medio diritte come per il segno di vittoria. Può essere un gesto appena accennato mentre si stringono le manopole oppure qualcosa di più scenografico: alcuni distendono il braccio indietro e in basso con disinvoltura. Mentre piegano.

No, non questi. Questi praticamente sono in posa. Foto presa da qui.

Una volta una passeggera mi ha salutato alzando il braccio proprio come se esultasse. Forse esultava per i fatti suoi. Vabbè.

Dopo l’andare in moto, il saluto è la cosa che mi piace di più dell’andare in moto. Mi dà un senso di condivisione (assolutamente illusorio, è chiaro, ma è comunque qualcosa a cui ǝ bmwistǝ si sottraggono, come lǝ scooteristǝ. E quellǝ che hanno uno scooter con 800 di cilindrata e credono di guidare una moto).

Ma non deragliamo: ci si saluta per quella piccola breve scarica di dopamina che il cervello rilascia quando riceviamo il saluto?

Non so con che scopo lo si faccia (significato 1 della parla perché), ma sono abbastanza certo che lo si faccia in conseguenza a qualcosa (significato 2 della parola perché). La condizione necessaria, ma non sufficiente, per cui ǝ motociclistǝ si salutano è che sono pochi.

Se fossero frequenti, non dico come lǝ automobilistǝ, ma anche solo come lǝ scooteristǝ… sai che palle salutare ogni due per tre? In città come Roma o Genova probabilmente inizierebbero a vendere delle protesi artificiali che riproducono un arto che saluta.

Si può fare, quindi si fa.

Le ragioni per cui è nato Alatin rientrano soprattutto nel significato 2 della parola perché, al netto della verità secondo la quale tutto quello che fa una realtà profit come la nostra è volto a generare fatturato superiore il più possibile superiore alle spese (ma è anche una realtà sociale, e queste due nature a volte confliggono un po’).

Abbiamo fatto Alatin:

  1. perché avevamo imparato abbastanza sul mondo dell’editoria per iniziare a desiderare che i nostri software fossero più che gadget regalati insieme ai libri;
  2. perché avevamo imparato abbastanza sul mercato dell’editoria scolastica per capire che eravamo stati fortunati ma il momento di investimento sull’innovazione sarebbe finito di lì a poco;
  3. perché avevamo imparato abbastanza sulla produzione di software per iniziare a desiderare di metterci alla prova su qualcosa di completamente nuovo che ci mettesse a confronto diretto con gli e le utenti finali;
  4. perché avevamo imparato abbastanza sull’ergonomia cognitiva, la didattica e le app per capire che volevamo e dovevamo imparare molto di più, eravamo comunque abbastanza avanti per proporre qualcosa di mai visto prima (chi altri avrebbe riproposto teorie didattiche che avevano più di 35 anni alle spalle?) ma non ci sarebbe stato modo migliore che mettersi in gioco e, nello spirito lean startup, costruire, misurare, imparare.

Il resto è storia: abbiamo costruito per un anno un falso MVP (era molto, molto di più un MVP: quella parte del lean startup funziona davvero solo in certi contesti molto specifici e limitati, è mistificazione, un po’ come l’extreme contracting di Jacopo Romei), abbiamo creato dal niente una sperimentazione nazionale per testare il software e promuoverci, abbiamo monitorato e intervistato ǝ nostrǝ utenti e abbiamo cambiato il software.

E poi abbiamo iniziato a chiederci se si poteva fare la matematica.

E ce lo siamo chiesto ancora (e nel frattempo abbiamo fatto Lyceum).

E poi ancora (e abbiamo fatto Itaca).

E ancora (e abbiamo fatto Alex).

E infine abbiamo capito: dovevamo farlo come Alatin. Quindi completamente diverso.

Grafica di Giovanni Gentile.

…ma poi arrivo al punto.

Devo ammetterlo: per me la cosa più divertente durante le numerose interviste che abbiamo fatto ad autrici e autori del software sulla matematica al quale stiamo lavorando adesso è stato dire:

Il processo deve essere atomizzato al punto che gli esercizi che gli e le studenti troveranno dentro Mathx non si possono trovare in nessun libro. Noi dobbiamo fargli fare matematica come non l’hanno mai fatta prima.

Devo dire la verità: hanno sempre dimostrato tuttǝ un sangue freddo da giocatori e giocatrici di poker incallitǝ: ah, la matematica come non l’hanno mai fatta prima, easy, tranquillo, ce l’ho, ci pensavo giusto ieri durante la minzione mattutina.

Però l’idea era veramente quella: per riprodurre l’approccio per padronanza in un software mobile-first di matematica atomizzare i task era una necessità ergonomica oltre che cognitiva.

Il modo in cui si fa didattica è sempre un miglior modo disponibile in un certo momento, una funzione che mette insieme la strategia di apprendimento dellǝ discenti (e a questo possiamo fare poco), Zeitgeist, la narrazione didattica prevalente o quella adottata, la disciplina e gli strumenti fisici attraverso i quali si esprime (strumenti fisici che vanno dalla penna al cellulare, dal libro all’arredamento della stanza in cui si fa lezione, come insegna il protocollo Senza Zaino).

Li ho detti in disordine, come mi venivano, perché è impossibile definire un ordine: cronologico, di efficacia, di efficienza, di praticità, di astrattezza prevedono ordini diversi. E poi ordine per chi? Per lǝ studente? Per l’insegnante? Per la casa editrice?

L’approccio per padronanza come lo implementiamo noi parte ovviamente da una metodologia, passa per i dispositivi (intesi come unità fisiche e comunicative) e perviene alla disciplina.

Il che significa che la disciplina si piega ai vincoli del mezzo che si piega a quelli dell’approccio didattico.

Ti faccio un esempio: due parole chiave del mastery learning sono atomizzazione e sequenzializzazione dei task, ma mentirei se sostenessi che i libri di testo non compiono nessuna di queste due operazioni: capire in quali unità segmentare il sapere e metterle in ordine è quello che fanno tutti, no? Quello che un libro di testo non fa è problematizzare tempo e spazio mentre segmenta e mette in ordine:

  • quanto devono durare le sessioni di lavoro per essere produttive?
  • quanto tempo/quanti passaggi deve richiedere un esercizio svolto su cellulare per lasciare un’impronta inconsapevole se erogato con le nostre macchine?
  • quanto deve essere lungo un esercizio per essere comodamente fruibile su uno schermo e in che modo questo impatta sulla didattica?

Noi non abbiamo detto alle nostre autrici: dovete pensare esercizi che richiedano in media tre minuti a esecuzione; abbiamo detto loro: pensate esercizi di massimo tre step, meglio due, meglio ancora uno (avendo noi e loro ben chiaro cos’è uno step in termini di nostri software).

Non abbiamo detto: preparate batterie da n esercizi (richiesta che sarebbe stata comunque idiota, avendo una macchina adattiva); abbiamo invece chiesto: progettate in media sei tipi di esercizi per ogni lezione pratica.

Non abbiamo detto: fate esercizi di massimo 25 caratteri; abbiamo invece detto: pensate esercizi che non richiedano di sfondare lo schermo. Pensate attraverso lo schermo.

Pensare attraverso lo schermo è riprogettare il proprio contenuto in modo che non sia adattato ma fatto per un certo contenitore.

Sembra una banalità, e invece richiede una rivoluzione copernicana (non diversa da quella che chiedemmo aǝ nostrǝ docenti quando dicemmo loro: non assegnate i compiti, assegnate gli obiettivi. I compiti si esauriscono in una lista, gli obiettivi ti fanno lavorare finché non li raggiungi).

Sembra inutile, anzi, sembra: “ma perché preparate la pappetta a ‘sti studenti che sono sempre più ignoranti ai miei tempi sì che si studiava veramente anche dieci dodici ore di espressioni lunghe diciassette centimetri e se facevi una macchiolina dovevi rifare tutto anche se era tutto corretto”.

Senza contare la percentuale di quelli che ce la facevano veramente senza ripetizioni private.

Senza contare che di un’espressione di diciassette centimetri che cazzo te ne fai adesso che i cellulari hanno capacità di calcolo che superano quelle dei computer usati dalla NASA nel 1969 per andare sulla Luna?

Senza contare che esiste un contesto generale infinitamente più dispersivo e un rumore assai più pervasivo dei suoi tempi, signore mio.

Finora insegnare attraverso certi strumenti ha significato insegnare ad applicare quel che si è imparato attraverso quegli stessi strumenti. Ad esempio: ti insegno a fare matematica con carta e penna perché userai carta e penna per fare matematica in futuro; ti insegno usando la calcolatrice perché tu usi la calcolatrice anche dopo; ti insegno l’abaco perché l’abaco. In un certo senso, imparare significa prima di tutto imparare a usare gli strumenti della disciplina (e chi pensa che usare un libro sia scontato, non ha mai veramente insegnato e non si è mai veramente interrogatǝ su tutto quello che può fare un libro).

La vera sfida, oggi, è insegnare qualcosa attraverso i dispositivi che porti fuori dai dispositivi.

Disincarnare la disciplina.

Non è così bizzarro, se pensi al fatto che il linguaggio binario che permette di fruire sui cellulari qualsiasi altro linguaggio (andiamo forti con i linguaggi verbali, ce la caviamo con rappresentazioni grafiche, va tutto sommato bene anche con la musica… sequenze di uno e zero invece meno bene, eh, il ragazzo è intelligente ma non s’impegna) è l’unico che non siamo biologicamente predisposti a comprendere.

Certo, non è un lavoro veloce.

E questo invece è il modo in cui hanno creato la scenografia di Blade Runner. Giusto due minuti.

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Linguist, entrepreneur (co-founder of Maieutical Labs), curious. I’m here on Medium mostly to learn, even when I write something.

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Adriano Allora

Adriano Allora

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