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Dumb working

NOTA IMPORTANTE: nel corso di questo post mi lamenterò di alcune condizioni del mio lavoro. Ma sono assolutamente consapevole di: 1) essere fortunato ad avere ancora un lavoro; 2) avere un lavoro fico (magari non ognuna delle funzioni che svolgo, ma quello che facciamo in azienda mi entusiasma).

Ho sempre odiato lo smart working (d’ora in poi SW… ah, no, non puoi usare la stessa sigla per qualcosa che ami tanto e per qualcosa che detesti, diciamo SMA-WO, che suscita ribrezzo anche come abbreviazione). Come tantissimi imprenditori, lavoro in SMA-WO da circa 9 anni, non per scelta ma per necessità: l’ufficio non è poi così essenziale se in effetti il tuo computer è il tuo ufficio e, soprattutto, se ti è richiesto di lavorare a qualsiasi ora e in qualunque giorno.

Se comunque sai che stasera dovrai lavorare per chiudere dei task, stamattina puoi passare in posta a fare delle commissioni e poi allungherai la sessione notturna di lavoro.

È questo lo SMA-WO, bellezza.

Fino al periodo prima del COVID il mio approccio allo SMA-WO era di rassegnata accettazione, ma direi che con le emergenze sanitarie la qualità della mia vita lavorativa è sensibilmente peggiorata. Il fatto è che lo SMA-WO ha lasciato mano libera a quelli che non hanno orari, perché la dimensione sulla quale questa modalità lavorativa incide non è lo spazio, ma il tempo. La presupposta smartness dello SMA-WO non sta nel fatto che puoi lavorare da casa, ma nel fatto che lo fai quando vuoi. E che di conseguenza sei autorizzatǝ a inviare mail o messaggi, a sollecitare, a chiedere che ne è di una lavorazione, di una card, di un task, di una consegna, di un file, oppure per comunicare gli orari della prossima settimana, la disponibilità di una certa risorsa, l’urgenza di un task… E per persone con la forza di volontà di uno Storm Trooper di fronte a Obi Wan Kenobi questo è uno stillicidio comunicativo senza fine. È la fine dell’esistenza di confini tra lavoro e riposo perché quando tu ti stai riposando, qualcun altro non lo fa e, senza malizia o cattive intenzioni, si aggiorna e ti aggiorna sul suo lavoro.

E no, non puoi semplicemente silenziare i canali di comunicazione, perché hai bisogno che siano aperti quando succede qualcosa per cui è davvero importante che tu sia disponibile.

Non che prima questi confini fossero sempre nitidi, ma finché lo SMA-WO era confinato a un numero ridotto di individui, in qualche modo funzionava. Dal momento in cui è diventato sistemico quei confini sono saltati, portandosi dietro sonni agitati e risvegli da già stanchi, mali di stomaco e di testa, nervosismo.

Perché “staccare” serve.

Staccare. Ragiono su questa parola, me la mastico in bocca, e penso a tutti quei casi in cui, nel mondo della scuola (tanto sapevi che sarei finito a parlare di questo, giusto?), non (si) stacca:

  1. quando a bambinǝ/ragazzǝ viene richiesto di stare per cinque ore seduti al banco (quando a qualsiasi videoterminalista adultǝ viene detto che sarebbe meglio fare un quarto d’ora di pausa ogni due ore di lavoro);
  2. quando viene imposto di indossare la mascherina ininterrottamente per tutto il tempo di scuola, indipendentemente dalle distanze e dalla localizzazione all’aperto o al chiuso;
  3. quando ǝ docenti devono stare in un’aula vuota, ma spostarsi da un’aula all’altra durante il loro orario come se si spostassero tra le classi (questa è più sottile: staccarsi dalle abitudini pre-covid);
  4. quando ci si aspetta che le ore di educazione fisica o di laboratorio vengano svolte semplicemente passando dalla pratica alla teoria;
  5. quando si immagina che le famiglie possano/debbano seguire ǝ ragazzǝ a casa. È falso, di più: è un presupposto criminale da parte dello Stato, se questo non fornisce gli strumenti materiali (e non) per permettere che discenti possano essere seguitǝ; ed è un presupposto criminale da parte delle scuole se non esistono indagini sulle famiglie e non vengono predisposti piani sartorializzati sulle famiglie. Criminale ti sembra una parola forte? L’abbandono di minore è un reato, e qui sono lo Stato e la scuola ad abbandonare i minori, se scaricano la responsabilità sulle famiglie.

E, visto che bravo?, non ho citato l’assoluta idiozia di immaginare che una videolezione possa semplicemente sostituire le lezioni dal vivo (staccarsi dalle abitudini).

Visto le le partes destruentes abbondano di questi tempi, però, voglio proporre anche una pars construens.

a. (questo l’ho visto fare in alcune scuole): ristrutturare l’orario, riducendo il numero di ore oppure la lunghezza delle ore da 60 a tipo 40 minuti. Invece di un’ora di ginnastica in palestra: attività all’aria aperta, una classe per volta, supervisionata dal/la docente di Scienze motorie, anche tra le ore di lezione (avevamo ridotto la lunghezza delle ore a 40 minuti? Andiamo a fare due passi fuori prima della prossima ora).

b. ristrutturare la gestione degli spazi: far usare l’aula magna o la palestra a turno ad ogni classe per fare lezione un giorno ogni tanto con distanze sicure e senza mascherina.

c. ristrutturare la logica delle aule: se ǝ docenti devono restare in aula, che ogni docente rimanga sempre nella stessa per tutta la sua giornata di lavoro: che senso ha scambiarsi droplets tra colleghǝ gratuitamente?

d. quante scuole hanno predisposto questionari o chiesto alle famiglie se avevano bisogno non solo di un tablet/laptop, ma anche di formazione alle famiglie per usarli? (Persone maliziose potrebbero chiedere anche: quante scuole a luglio hanno offerto al loro personale docente corsi di formazione sugli strumenti per la DAD?)(persone ancora più maliziose sono autorizzate a chiedere: quale ministero si è attivato per mandare il personale docente nelle scuole già a settembre?)

In realtà, quello che interessa a me sta tutto nel punto a, il resto sono discorsi collaterali che semplicemente non sono riuscito a tagliar via perché l’attività didattica non sta solo nelle lezioni.

Già, per me la domanda interessante è: come “staccare” nella lezione? Anche in questo caso esistono strategie utili:

  1. per prima cosa, è utile creare delle occasioni di confronto con colleghe e colleghi, se il contratto non lo prevede concordando con il/la dirigente che si tolga del tempo di lezione “sincrona” per restituirlo alla classe nella forma di materiali o iniziative per preparare le quali serve tempo (inutile girarci intorno: preparare la DAD richiede più tempo della didattica tradizionale perché impone di compensare un’assenza che è alla base stessa della DAD);
  2. iniziare a pensare alla didattica non più in moduli di un’ora ma in segmenti più brevi: se la letteratura scientifica sull’argomento riporta tempi che vanno dal quarto d’ora ai 40 minuti a seconda della fascia d’età, in contesti altamente immersivi però, vale la pena di immaginare tempi più brevi per la DAD che si presta a numerosi fonti di distrazione: non è più una lezione da un’ora ma diventano tre moduli da 20 minuti;
  3. rendere ben chiara alla classe la strutturazione in moduli, distinti ma costituenti un’unità: condividere informazioni sulla strutturazione e gli scopi delle unità didattiche rende consapevoli ǝ discenti e lǝresponsabilizza, almeno un po’ e dove è possibile;
  4. alternare nei moduli: telepresenza (ti spiego una cosa/tu spieghi una cosa alla classe/la classe dialoga su un argomento con moderazione o meno), assenza (fai i compiti/studi/ti eserciti da solǝ), assistenza (lavori da solǝ, ma se hai bisogno di fare una domanda, ci sono, ed eventualmente pubblico durante il modulo le risposte alle domande, come se fossero FAQ) e gioco (a fine esplorativo, sommativo, formativo, ludico uso un test online — Kahoot, le Academy, myZanichelli, i sondaggi di Google, va bene qualsiasi cosa — per tenerlǝ sul pezzo).

Ecco, come al solito, spunti. Per repliche, domande o controproposte, resto a disposizione

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Linguist, entrepreneur (co-founder of Maieutical Labs), curious. I’m here on Medium mostly to learn, even when I write something.

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Adri Allora

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