Ecco cosa inizi a desiderare quando spawni progenie.

Genitorialità e specie

Cosa vuol dire crescere?

Oltre ai tanti momenti felici che mi hanno regalato finora, devo ringraziare mio figlio e le bambine perché mi stanno insegnando cosa significa crescere.

Lo storico cinema a luci rosse di Torino, il Maffei. Ma io lo conosco praticamente solo grazie a questo articolo.

Fino a una certa età crescere è stato “diventare grande”, e cosa significasse diventare grandi era confinato alla macchina, la moto, i baci con la lingua, la possibilità di comprare qualsiasi giocattolo o fumetto volessi (un altro caso in cui immaginazione infantile e realtà si sono scontrati in un frontale con pochi sopravvissuti) e poco più tardi i cinema porno (anche se alla fine in un cinema porno non ci sono mai veramente entrato), i fumetti porno (be’, quelli sì) e il sesso. Sì, sì, c’è stato un tempo in cui il 95% delle mie risorse mentali convergevano tutte verso il basso ventre. Adesso che sono un ometto, siamo scesi a non più del 78%. Quasi mai.

Ecco, così, ma la mia scimmietta fa altro (è un bonobo). Comunque meglio del cervello di Pillon.

Per alcuni anni essere grandi è stato non pensare al futuro, assicurarsi di dare gli esami all’università senza troppo ritardo, evitare di sprecare mesi di vita con la leva obbligatoria, avere in qualche modo soldi per benzina, profilattici, birra o vino a seconda del periodo e della compagnia.

Da una certa età crescere è diventato guadagnare abbastanza soldi e preoccuparsi di arrivare alla fine del mese: pagare l’affitto, le bollette, il cibo, i libri, i profilattici e la birra o il vino e le altre cose essenziali.

Poi è nato il primogenito, e poi la secondogenita, e poi la terzogenita.

E, come in quel lungometraggio esistenzialista, ho scoperto che

essere forti significa prendersi cura di se stessi, essere più forti significa prendersi cura degli altri.

L’ho visto con Sartre e Kierkegaard e a Kierkegaard ha fatto cagare. Ma tanto l’ha detto in danese e non ho capito i dettagli.

Ma eravamo ancora alla base della piramide dei bisogni di Maslow.

Adesso siamo all’adolescenza e ho scoperto che crescere significa preoccuparsi dell’emotività degli altri.

Adolescenza… emotività altrui… mi pare già di vedere il sorrisetto sulla tua faccia: se ci stai passando anche tu sai che cosa significa, se non lo stai facendo puoi comunque appigliarti ai luoghi comuni sul tema (niente in contrario coi luoghi comuni, ma sappi che rendono una minima parte della realtà: il senso di responsabilità e di amore che provi quando diventi genitorǝ sono solo parole finché non li vivi sulla tua pelle).

Invece di una divertentissima tirata su questo argomento, ma ormai sai già che non sono quel tipo di persona (una persona divertente, intendo), la considerazione ha sollevato alcune riflessioni che vanno in tutt’altra direzione.

L’irrefrenabile entusiasmo di quando esce un nuovo post su questo blog (trovato qui).

Quindi prima di tutto mi sono reso conto di non essere ancora così maturo come la mia età e forse il mio posto nel mondo imporrebbero, infatti il passaggio a questo nuovo concetto di “essere grandi” prevede che io non compartecipi più in famiglia solo per garantire cibo, riparo, cure essenziali, ma che mi preoccupi anche del benessere emotivo dellǝ altrǝ: sei nervosǝ, allora io mi mozzico la lingua per evitare di in fiammare ancora di più la situazione. Non ci riesco sempre, anche se so che dovrei, e la mia autoassoluzione ha più o meno questa forma:

eccheccazzo, sono un essere umano pure io!

Però, ecco, sono ben consapevole, anche perché ho avuto e ho tutt’ora esempi di maggior maturità, del fatto che io mi sono fermato a un certo punto. Cioè: ho raggiunto il punto più alto del mio autocontrollo (e quindi della mia capacità di diventare grande).

È una consapevolezza interessante.

Può lasciare un po’ d’amaro in bocca, ma è interessante.

Mi piace pensare che quello che succede a livello ontogenetico sia una prefigurazione di quello che avviene a livello filogenetico o, per essere più chiari, che l’umanità si stia evolvendo come accadrebbe a una persona. Adesso siamo, direi nell’adolescenza: quando iniziamo ad essere consapevoli dei danni e delle responsabilità che abbiamo.

Come specie non siamo ancora adulti proprio perché non siamo neanche in grado di aver cura di noi stessi, ma almeno ci rendiamo conto che gli ecosistemi della Terra possono essere gravemente danneggiati dalla nostra leggerezza. Finalmente iniziamo a guardarci intorno. E poi ci sono altre questioni interessanti:

  • proprio come lǝ adolescenti, siamo convintǝ di avere la verità in tasca anche se sappiamo molto poco della vita adulta (e del mondo in generale): leggende metropolitane, fake news, retropensiero, complottismo hanno preso il posto delle superstizioni religiose, mascherandosi però da scienza e attualità;
  • proprio come lǝ adolescenti, iniziamo a renderci conto del fatto che esistono differenti generi ed etnie: a volte, capiamo che possiamo essere gentilǝ, per esempio applicando delle strategie comunicative o comportamenti non esclusive, anche se la norma è ancora quella di un sessismo e un razzismo piuttosto marcati;
  • proprio come lǝ adolescenti, cresciamo in fretta: le nostre scarpe prendono un numero al mese, compaiono le mestruazioni, impariamo e creiamo in fretta: l’evoluzione tecnologica e la riflessione filosofica, linguistica, scientifica degli ultimi due secoli è stata impressionante;
  • proprio come lǝ adolescenti, abbiamo un insopprimibile bisogno di comunicare con i nostri simili e di identificarci in una qualche idea: i social network sono in questo senso sono uno specchio meraviglioso dello stadio evolutivo della civiltà umana.

Quindi? Tutto facile? Semplicemente passerà crescendo? Eh, dobbiamo sopravvivere, a quest’età.

E non è scontato, per gli individui come per la specie (foto trovata qui).

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Linguist, entrepreneur (co-founder of Maieutical Labs), curious. I’m here on Medium mostly to learn, even when I write something.

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Adri Allora

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