Per invogliare la lettura di questo post, ecco uno sguardo nella galleria Piegai (Tortona). Ma io di Daniela Piegai vi consiglio anche la lettura dei libri! Scrive(va) interessante fantascienza!

Post uno e trino!

In cui si parla di destinatariǝ, di cheating, di meet e di esercizi.

È da un po’ che non scrivo di DAD, o di e-learning, quindi hai vinto un post triplo (dovresti giocartela al superenalotto tutta questa fortuna, invece di sperperarla in questo blog. Pensaci, davvero, non mi offendo).

A chi parli?

Sul settimanale La Nuova Periferia mi hanno proposto di scrivere un pezzo sulla DAD. Io che sono abituato a confrontarmi con i massimi sistemi (i quali, a loro discolpa, comunque di solito non mi rispondono), mi sono domandato tantissimo che cosa potessi scrivere sulla DAD in un giornale locale. Voglio dire: qualsiasi cosa potessi scrivere avrebbe finito per essere applicata a quella o quell’altra realtà locale, ma quello che scrivo qui è sempre generale e si tratta di uno di quei casi in cui perché un’asserzione generale colpisca il particolare giusto serve una presa di coscienza individuale più che uno stronzo che ti addita pubblicamente dicendoti che dovresti lavorare in un altro modo.

Alla fine ho capito che per evitare l’effetto “moltiplicatore d’odio”, dovevo rivolgermi alle famiglie, proponendo strategie operative e fornendo consigli. Ovviamente l’idea iniziale di una “guida strategica alla sopravvivenza alla DAD per genitori e genitrici ” si è scontrata con il limite (peraltro comunque oltrepassato) di tremila battute, quindi addio grandeur. Però potrebbe essere comunque utile, se lo volete leggere, è qui. Tra l’altro, a me ‘sta cosa piace proprio perché ha un senso, lo stesso giornale ha pubblicato nella pagina di fronte un resoconto su una famiglia numerosa in DAD che dal mio punto di vista conferma tutte e due le cose necessarie:

  • spazi individuali
  • famiglia e scuola che collaborano.
Beh, quando te la mettono su così è difficile non montarsi la testa…

Lavorare di meno

Periodicamente, ed è successo proprio la scorsa settimana l’ultima volta, ci arrivano messaggi in assistenza del tipo:

solo per dirvelo, ma su splash/skuolasprint/quelchecapita ci sono tutte le soluzioni degli esercizi di Alatin

Che assume varie sfumature a seconda del registro impiegato, da: ah-aaah, sfigati, il vostro software non serve più a una cippa perché tanto ho tutti gli esercizi risolti (tutti e settantamila? risolti bene? Buona fortuna!) a ohmmioddio il Sacro Agraalatin ha perso il sacro charisma dell’efficacia divina di Hokuto! con in mezzo tutte le variazioni di ragionevolezza del caso.

Il nostro servizio di assistenza risponde in maniera sempre gentile (apprezziamo queste segnalazioni, davvero!), ma sono per noi cagione di sardonici sorrisi.

Perché se è vero che qualche mese fa scrivevo che ǝ docenti, per evitare che si copi, dovrebbero lavorare non sul controllo ma sulla motivazione, anche gli e le studenti dovrebbero pensare a nuove strategie per lavorare di meno: chi traduce su Alatin non si limita a copincollare una traduzione in un campo, perché il software:

  • chiede di tradurre specifici pezzi in un certo ordine: come minimo devi capire che cosa ti sta chiedendo di tradurre (e non è scontato, se stai davvero cercando su Internet una traduzione che potresti fare in mezz’ora ragionando);
  • intercala domande di traduzione e domande di analisi grammaticale/sintattica che pesano più di quelle di traduzione (anche se sono inserite in una logica sequenziale che aiuta la traduzione).

Ed ecco che due semplici accorgimenti rendono copiare tradizionalmente una strategia antieconomica nella prospettiva di chi studia.

Per dare l’idea.

Ma, ovviamente, gli e le studenti non sono gli unici a cui avrebbe giovato un nuovo modo di ragionare per lavorare meglio e di meno: prendiamo il caso di Meet.

Meet non è un software per la didattica, è un software per videochiamate di gruppo (e funziona anche piuttosto bene!) e la stragrande maggioranza dei e delle docenti lo ha usato così.

Invece che per fare didattica.

Perché fare didattica non è solo produrre contenuti “a tema”, è anche e soprattutto risolvere situazioni specifiche per trasmettere quei contenuti. Un po’ come quando molti anni fa, dovendo insegnare ad usare Excel a una vivace classe di apprendisti elettricisti, ho comprato per la prima volta nella mia vita la Gazzetta dello Sport e abbiamo giocato al Fantacalcio (davvero!, col Fantacalcio sono desiderosi di imparare tutto quello che gli servirà poi se useranno Excel per la contabilità aziendale).

Sono il signor Wolf e gioco al Fantacalcio.

La situazione specifica della DAD è stata risolta in questo modo: ogni docente ha creato la propria stanza meet e aǝ ragazzǝ era chiesto di spostarsi da una stanza all’altra ad ogni cambio di materia.

Ma quanti problemi avrebbe evitato invece fare una stanza meet di classe, un analogo dell’aula fisica in cui erano ǝ docenti ad entrare e uscire e gli studenti sempre dentro?

In media una classe di scuola superiore ha 12 docenti che coprono tutte le materie che 24 studenti devono affrontare e nella secondaria di primo grado e nella primaria il rapporto è ancora più sfavorevole per i docenti (e di questo bisognerebbe parlare, perché indipendentemente dalla DAD e dall’emergenza sanitaria le classi sono troppo numerose).

Significa nel peggiore dei casi la metà di:

  • “ragazzi, il codice per accedere alla mia classe è questo” (mi raccomando, sempre al maschile!);
  • “prof, non mi fa entrare!” (e quando a non entrare è l’insegnante? Ah, ma in quel caso il problema è un altro… ^___^);
  • “Ma dov’è finito il vostro compagno?”, “Non lo so, alla lezione di prima c’era”.

Ma niente, sono pochissimǝ quellǝ che ci sono arrivatǝ. Eppure questo è il modo in cui si fa didattica in presenza… sarà mica che i media che usiamo condizionano il nostro modo di usarli se non usiamo un po’ di senso critico?

Come in quella bella frase di Roland Barthes: Siamo parlati dalla nostra lingua. L’ho sempre trovata più che geniale: vera.

Solve?

Non mollare: il tema adesso diventa: i media che usiamo condizionano il nostro modo di usarli. Credici o no, ma in Maieutical Labs questo è uno degli obiettivi. Chiarisco il concetto.

Stiamo portando avanti un progetto di ambito biomedicale: un software didattico per risolvere in maniera innovativa il problema degli Obblighi Formativi Aggiuntivi a Biotecnologie, dove arrivano studenti di ogni estrazione (dai licei ai professionali) che a volte mancano competenze di una o dell’altra disciplina (magari al classico non hai fatto abbastanza fisica o non ti ricordi più niente di biologia).

SOLVE, finanziato con un bando europeo, copre cinque materie, quindi per noi rappresenta un impegno notevole, ma per fortuna il progetto è in collaborazione con l’Università di Torino che ci fornisce lǝ espertǝ delle discipline.

Quando è arrivata la nostra prima ricercatrice, una giovane biologa che si occuperà di chimica e (coup de théâtre!) biologia, quello che abbiamo dovuto fare è stato rovesciare tutto quello che pensava sull’idea di domanda:

non poniamo domande per sapere se sanno le risposte, ma per fargliele imparare.

Quindi invece di una domanda ne fai cinque, con le quali ti avvicini al punto.

MAIEUTICAL!

E le domande non sono mai subito: “La somma di quali valori devi considerare per stabilire l’ordine di energia di un sottolivello rispetto a un altro?” (l’argomento è la configurazione elettronica dell’atomo), ma si parte prima da domande tipo: “Qual è il comportamento di un elettrone se rimane all’interno di una stessa orbita stazionaria?”, e poi si passa per: “Come è organizzato un orbitale?”. Insomma, hai capito.

E poi le abbiamo fatto vedere i software, perché il secondo mantra di autrici e autori in Maieutical Labs è:

pensa attraverso il software.

È il software che lǝ utenti useranno per rispondere alle domande che porrai, quindi tu non puoi permetterti di pensare alla tua domanda senza tenerne conto. Ed è una stronzata grossa come un ipermercato pensare che una domanda con risposta a scelta multipla sia sempre una domanda con una risposta a scelta multipla indipendentemente dal supporto sul quale la fruisci, perché qualsiasi esperienza comunicativa si porta necessariamente dietro condizioni di fruizione, aspettative e cotesti (lode al linguista e semiologo Petöfi!) ignorare i quali comporta inefficacia o, nel migliore dei casi, inefficienza.

Ed è chiaro che non sarai mai nella stessa situazione di unǝ studente, ma è anche vero che devi avvicinarti il più possibile per capire come interagire nel migliore die casi. Che, a pensarci bene, è una delle tante cose che si perdono con la DAD.

Ecco, arrivo alla fine di questo post e mi viene in mente che ho solo parlato di punti di vista, solo che l’ho fatto da diversi punti di vista (mio, studente, docente, autorǝ). Che noia!

Perché tu non possa dire che chiudo male i post. Da Sephko.

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Linguist, entrepreneur (co-founder of Maieutical Labs), curious. I’m here on Medium mostly to learn, even when I write something.

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Adri Allora

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