Non ho idea dell’origine di questa immagine: era sul mio desktop. Ma se sapete dirmi, darò a Cesare quel che è di Cesare.

Sistemi e attori nascosti della didattica

Domenica avrei voluto scrivere un post su didattica e machine learning.

Arrivavo da un periodo ricco di stimoli in quel senso: oltre ad alcuni articoli qui su medium (per esempio questo), nello scorso mese ho letto un interessante approfondimento sulle università in pandemia su Internazionale e finalmente tutti gli articoli del numero su La Ricerca che affronta proprio quell’argomento (io ho scritto un articolo per quel numero, ma mi mancavano gli altri).

Sapevo anche già come iniziare il post: sfruttando una citazione con cui avrei voluto aprire il mio pezzo per La Ricerca e che è stato poi tagliato. La citazione, forse un po’ spocchiosa ma vera, è:

Se la chiamano Intelligenza Artificiale è scritta in un Power Point, se la chiamano Machine Learning è scritta in Python.

Alla fine, i nomi che diamo alle cose tradiscono molto di quel che ne pensiamo e di come le affrontiamo (come, tra l’altro, racconta molto bene la puntata di questa settimana del podcast Orlando, che affronta la questione della violenza di genere).

Avevo anche in mente di raccontare alcune cose che stiamo facendo con il machine learning (d’ora in poi ML, ché altrimenti mi viene la pecola a riscriverlo ogni volta) in Maieutical, che va ben al di là dell’ambito “profilazione delle e degli studenti per fornire aǝ docenti informazioni utili a rendere più efficaci le loro strategie di assegnazione e le loro spiegazioni” per approdare a quello, didatticamente più stimolante, del “software che insegna aǝ ragazzǝ a fare domande su un testo per comprenderlo e studiarlo” (figata, eh?).

Poi però la realtà ha preso il sopravvento. Cioè, per me anche il ML è reale, ma, come dire, ci sono istanze più immediate e pressanti di questa. Per esempio quella dell’accesso alla DaD.

Perché ogni dannata volta che parlo con dei e delle docenti, salta fuori questo problema, quello che ai tempi lontani della mia università era chiamato digital divide, menzionato in associazione a non meglio definite situazioni di disagio oppure a paesi lontani, infine uscito dal mondo dell’editoria e dell’accademia per diventare una realtà tangibile e quotidiana: qui, adesso, ci sono studenti che non hanno accesso alla rete, e quindi alla scuola.

A partire da questo punto ho iniziato ad interrogarmi su tutte quelle figure alle quali non si pensa in prima istanza se ci parla di didattica, ma che sono essenziali a una buona didattica scolastica.

Per esempio ǝ dirigenti: quando le figure apicali non riescono a garantire una buona comunicazione e un buon coordinamento tra le risorse (umane e non) della scuola, riducono la possibilità di fare didattica. In una situazione nella quale il personale docente è non solo endemicamente sotto organico (accadeva anche gli altri anni) ma anche soggetto a quarantene e a mali di stagione che il contesto tende a ingigantire almeno negli effetti sociali, oltre a quello che già prima facevano ǝ dirigenti dovrebbero da un lato attivarsi con le segreterie amministrative per disporre sempre di personale che non lasci sguarnite le classi (lasciarle sguarnite adesso significa lasciare da soli a casa deǝ minorenni che le famiglie pensano in qualche forma supervisionatǝ dal personale docente) e dall’altro lavori con la segreteria per garantire che docenti presǝ all’improvviso (e chi ha mai ricevuto una chiamata per insegnare nella scuola pubblica sa quanto questa locuzione sia appropriata) e “buttatǝ nella mischia” ricevano esplicitamente tutte le informazioni necessarie a iniziare subito il loro lavoro.

Ad esempio: predisporre delle banali fotocopie che rispondono alle domande: a chi devo chiedere per questo e quast’altro? Come si fa quella cosa lì?

E questo è abbastanza ovvio.

Forse meno lo è il fatto che le segreterie didattiche (e non ǝ docenti, come accade invece in molti istituti) dovrebbero farsi carico del lavoro volto a garantire l’accesso alla DaD:

  • attivarsi perché tuttǝ lǝ allievǝ abbiano un accesso alle piattaforme scelte dalla scuola (in fondo è un meccanismo analogo a quello dell’iscrizione);
  • fornire gli orari delle lezioni e i link (è come organizzare e comunicare gli orari);
  • contattare le famiglie che non rispondono per capire come intervenire (acquistando dispositivi o carte con giga di connessione, oppure segnalando che qualcosa non funziona, che le famiglie hanno bisogno di essere formate (eh, già, anche le famiglie potrebbero aver bisogno di essere formate dalla scuola), che ǝ ragazzǝ sono solǝ e devono essere attivati dei percorsi specifici che vadano incontro a Bisogni Educativi Speciali di natura culturale o socioeconomica).

Solo se tutte le parti coinvolte svolgono ognuna le proprie nuove mansioni, le e i docenti saranno nella situazione ideale per mettersi a studiare e imparare come fare adesso didattica (l’ho già scritto, vero, che la lezione frontale su zoom/meet non è DaD? E no, se c’è solo quella non è neanche didattica).

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Linguist, entrepreneur (co-founder of Maieutical Labs), curious. I’m here on Medium mostly to learn, even when I write something.

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Adriano Allora

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