E buona fortuna a voi! Ih ih ih! Eh eh eh! Oh oh oh!

Sono usata dai miei strumenti

quindi tutto dipende da chi li produce

Oggi ero alla giornata “Equilibri di genere e nuovi canoni nei libri scolastici: dalla teoria alle pratiche” organizzato da Sidera Studio.

È stata un’esperienza ricca e interessante. Ho goduto di indicazioni ed esemplificazioni puntuali e molto utili e ho avuto molti suggerimenti, se non proprio risposte complete, a domande che mi sono posto quando facemmo Alatin e pensai “eh, vabbé, ma qui parlano solo di guerre, ammazzamenti, politica e buona educazione delle giovinette”. Mi sono anche ciucciata qualche supercazzola, tipo, bo’, quanto sia importante essere pluralistɛ, non razzistɛ, inclusivɛ, antipatriarcali e non sterotipatɛ nella scuola… in questo contesto sapeva di occasione sprecata. Ma che succeda in un’intera giornata è fisiologico e ormai abbiamo gli anticorpi: come sempre, si prende il bene e ci si dedica ai social quando vengono dette cose inutili.

Ho annotato che ero una delle quattro persone fenotipicamente maschili presenti nell’aula (tre dalle dodici in poi, di nuovo quattro nei workshop pomeridiani) (in realtà mi ha fatto sentire speciale, è stato bello ^___^).

Ho ascoltato persone di case editrici (Pearson, Lattes), di service editoriali (che lavorano per Zanichelli, Mondadori, Pearson) e naturalmente docenti. Ci sono stati begli scambi, soprattutto al pomeriggio.

Ho scoperto che le scuole sono tanto più impermeabili alle proposte di modifica del canone quanto più sono “superiori”: le primarie sono in assoluto quelle più aperte a contaminazioni e a rimettersi in discussione e via via che si arriva alle secondarie di secondo grado il canone diventa sempre meno modificabile e toccabile, tanto che alcune robe degli anni cinquanta (come la piramide delle gerarchie feudali) ormai sorpassate dalla ricerca (storica, ma altri argomenti valgono per altre discipline) rimangono nei testi perché lɛ docenti non adottano i libri che non le riportano. Perché sono abituatɛ ad averle e non riescono a farne a meno.

Mi sono sorpresa nel sentire che, secondo alcune persone, “comunque qualcosa si muove”, ma forse sono solo io che ho un sismografo delle innovazioni che ha la sensibilità settata bassa.

Ho goduto quando una persona molto intelligente, un’insegnante, ha in sostanza detto: “missione ‘sto cazzo: noi insegnanti siamo professionistɛ e dobbiamo essere trattatɛ come tali” (che vuol dire anche valutatɛ, come tali, non solo retribuitɛ, claro).

Ma a parte le annotazioni estemporanee, as usual, questa occasione ha sollecitato alcune riflessioni.

E allora partiamo da qui:

cosa ci forma nell’esercizio delle nostre professioni?

La scuola/i corsi, le persone con cui si lavora e… i nostri strumenti.

Esemplifico: io amministro un’azienda, mi occupo di

  • contabilità, e ho imparato a gestire i flussi di cassa e le previsioni di costo nel mio modo rozzo grazie ad alcune chiacchierate con il nostro commercialista Ettore e attraverso il filtro di Excel;
  • armonizzazione dei flussi di lavoro, e Trello e meet e Slack sono stati essenziali per imparare certe cose. È ovvio che mi hanno insegnato molto di più colleghi e colleghe ma, senza la lente dei software, non avrei maturato le (ancora troppo scarse) competenze cui faccio ricorso adesso;
  • comunicazioni ufficiali, e qui in parte grammarly per l’inglese, in parte google translate quando scrivo subito in inglese e voglio vedere come me lo traduce in italiano, in parte word/pages per l’italiano. Ovviamente i word processor non ho iniziato a usarli con questo lavoro, ma insieme a LaTeX e una manciata di altre tecnologie hanno avuto un impatto impressionante sul mio modo di scrivere testi (per uno sguardo generale su come la scrittura è cambiata grazie a Word, leggiti “Lo spazio dello scrivere” di Jay Bolter).
Certo, non tutti gli strumenti hanno un impatto positivo sulla nostra formazione, come quell’amico che ti passò la prima canna della tua vita. O quello che garantì la tua prima sbronza da vodka durante la festa di natale del liceo quando facevi quarta ginnasio (sì, D.C., sto pensando a te)(non ti sarò mai abbastanza grato).

E quali sono gli strumenti principi di unǝ docente mediǝ? I libri, è evidente: si tratta dell’unico strumento a cui lǝ docente mediǝ non rinuncerà mai a livello sistemico.

Eppure quello che fanno le case editrici con i docenti è interessante.

Mi è tornata in mente una conversazione cui ho assistito su Slack (che è lo strumento che usiamo per la comunicazione aziendale).

Alessandra, la nostra responsabile dell’area lingue classiche, ha riportato un trafiletto riguardante il ministro De Sanctis il quale, 150 anni fa

[…] individuò la causa dell’inefficienza e della scarsità dei metodi d’insegnamento nell’eccessiva centralità dei libri di testo, causata a sua volta dall’inadeguatezza della formazione dei docenti.

Alessandra parlava della formazione di chi insegna e commentava che un secolo e mezzo sono stati inutili, perché la formazione delle e dei docenti è ancora oggi inefficace a prepararti al lavoro in classe.

La parte interessante è venuta fuori dopo un mio superfluo intervento in cui immaginavo di correlare inversamente preparazione dellɛ docenti e necessità dei libri di testo, cioè: più è importante il libro di testo, meno è competente lǝ docente. Lì è intervenuto Davide, il nostro responsabile dell’area STEM:

In questo c’è anche il contributo degli editori di carta: pubblicizzano sempre nella chiave del libro-salvagente che “si insegna da solo”, che anche se sei laureato in letteratura belga puoi insegnare matematica basta che segui il libro: questa cosa che il libro è il timone di tutto serve agli editori anche per avere anche più controllo sui loro clienti, se ti convinco che hai bisogno di me oltre ogni cosa penderai dalle mie labbra per tutte le prossime adozioni.

[…]

Tra l’altro, e poi mi taccio, si crea pure un gioco perverso: i libri diventano gli unici depositari delle tecniche didattiche alternative, al netto dei docenti più bravi e intraprendenti, cosicché il docente medio si affida unicamente a quello che gli propone l’editore, il quale ne fa puramente un elemento di marketing. Il risultato è che la maggior parte delle proposte di didattica innovativa nei libri di testo sono riempitivi abbastanza pigri e inutili, mi ricordo che ce ne chiedevano al chilo come fosse porchetta

(non parla di noi ma di sue esperienze editoriali precedenti).

Allora Lucia, nostra autrice di matematica, ha commentato:

L’editore deve vendere e creare dipendenza è un’ottima strategia di marketing, così come risolvere i problemi concreti dei tuoi utenti… Il cuore del problema sta nel perché c’è stato questo ribaltamento di potere (inteso chi è a servizio di chi) tra libro e insegnante… Io credo che i motivi siano tanti e non solo legati alla pigrizia dei docenti (che comunque esiste). Ricordo che quando studiavo didattica e affrontammo l’argomento la nostra docente ci disse “il libro di testo è fondamentale per la continuità didattica, sia a livello della classe, sia a livello nazionale”… Il libro come strumento per assicurare una linea di contenti uguali in tutta Italia: questo ha dei pro, ma anche dei contro…

Quindi è tornata in gioco Alessandra:

Essere innovativi e indipendenti rispetto al libro di testo richiede tanto studio, formazione, voglia, conoscenza della materia e capacità di saperla padroneggiare a 360 gradi. Mettici anche avere una conoscenza vasta di elementi di pedagogia (non pura teoria, ma teoria applicata alla pratica). Insomma, l’indipendenza costa FATICA e non tutti sono disposti a farla o hanno le competenze per faticare in maniera fruttuosa. È più semplice affidarsi agli altri. Vale la logica che vige a casa mia: se il mio compagno cucina e lo fa pure bene perché devo farlo io?? Uguale a scuola.

[…]

Io in questi mesi ho studiato un sacco di cose che non avevo mai visto. L’università che ho fatto non mi è servita a nulla, né per il lavoro in editoria né per l’insegnamento. Non è possibile demandare così e dove non si demanda, vedi il TFA, vengono proposti corsi fatti male e inutili. Ho parlato con delle ragazze che hanno svolto il TFA sostegno in quest’anno di covid e dunque insegnamento a distanza ed è stata un’esperienza allucinante e per niente formativa.

Non l’ho ancora letto, ma già non mi piace.

La conversazione è continuata, ma io su dad e allucinante mi fermo, i punti importanti sono stati toccati:

  1. l’editore fornisce non strumenti ma servizi allɛ docenti;
  2. al centro di questi servizi esiste il libro di testo di cui non si può più fare a meno perché farne a meno vorrebbe dire rinunciare ai servizi di cui sopra (la versione del libro con le soluzioni, la guida insegnante, il volume con le attività, quello con i compiti in classe da fotocopiare fila A e fila B, la guida per gestire studenti BES e DSA, le schede con le attività e chi più ne ha più ne metta) ma anche doversi sbattere molto di più in classe.

E torno alla mia giornata di approfondimento.

La cosa è uscita fuori nell’ultimo workshop, poco prima che scappassi a casa a occuparmi del primogenito necessitante un passaggio, e riguarda il ruolo delle case editrici di scolastica nella formazione (continua) dellɛ docenti.

Il fatto che se vuoi avere cittadinɛ felici, consapevoli e produttivɛ hai bisogno che lo siano altrettanto anche lɛ docenti e, per avere docenti così, devi formarlɛ. Cioè esattamente quello che possono fare le case editrici meglio delle università, del ministero o di qualsiasi corso di aggiornamento, perché lo fanno già adesso attraverso lo strumento che lɛ docenti stessɛ usano tutti i giorni, con tuttɛ lɛ studenti, ogni anno, per intere vite professionali.

A questo punto la faccenda è semplice:

o sei alleatǝ, oppure sei patriarcale. O includi e innovi oppure stai spingendo nella direzione opposta.

E tu, mister perfettino, che libri hai fatto? Che software hai fatto?

È una domanda più che legittima, giusta, grazie per avermela posta! (E grazie per il “mister perfettino”!)

Il vecchio logo. Comunque: marchetta!

Noi come Maieutical Labs abbiamo fatto tre libri e un numero doppio di software. I primi due libri, Alatin e Lyceum, li abbiamo prodotti in una situazione di ignoranza da questo punto di vista, e non sono per niente innovativi nella prospettiva degli stereotipi che veicolano: per esempio riproducono acriticamente le figure del milites, della puella, del servus e della domina e non affrontano in alcun modo l’etica sessuale romana (predatoria, maschilista e patriarcale, con un’idea di famiglia che non ha a che fare con la cura quanto con la proprietà e il controllo) e non la confrontano e mettono in relazione con la nostra. All’epoca, spaventatɛ dalla possibilità che il corpo docente fosse in grado di accettare una sola novità per volta (timore ben fondato, a mio avviso), e non potendo togliere innovazione sul piano tecnologico e di conseguenza metodologico, ci ponemmo il problema e decidemmo che fosse essenziale per la nostra proposizione sul mercato essere più tradizionalistɛ nei contenuti.

L’ultimogenito, Itaca, il nostro corso di grammatica italiana, invece è curato e, se mai qualcuno stilasse una classifica dei testi di grammatica italiana più inclusivi, credo starebbe al primo posto perché tutto quello che vedo in giro è decisamente meno inclusivo.

Ecco, la logica è un po’ questa: ad essere ammirata è la determinazione e non, per dire, la bellezza di Lidia. Così le studenti recepiscono che sono altre rispetto al canone le caratteristiche importanti. Poi è chiaro che abbiamo anche esempi più tradizionali…
…come ad esempio questo. Ah, no, ok, va bene lo stesso, ci siamo capitɛ.

E i software? Considera che i libri ereditano i difetti dei software, perché è da lì che arrivano. Sui software dell’area STEM, devo essere onesto, non ho ancora posto la questione con Davide e Lucia, ma conto di farlo lunedì, quando avrò anche un feedback da Zoe che ha seguito il workshop sulle discipline STEM mentre io ero a quello sulle lingue classiche.

Ma mi sono posta una domanda che ho letto su un libro che ho quasi finito di leggere. Il libro si intitola “Continuous discovery habits”, lo ha scritto Teresa Torres e riguarda quello che in product management viene chiamato Spazio della Scoperta. Teresa Torres, parlando di domande che bisognerebbe porsi per valutare l’impatto etico del proprio operato, propone di chiedersi:

se La Repubblica (o il quotidiano che preferisci tu) facesse un articolo in prima pagina sui tuoi prodotti, inserendo nell’articolo anche le conversazioni interne riguardo a come funzionano i software, quali dati raccogliete, come li usate, e come i diversi player nell’ecosistema di riferimento ne traggono beneficio o non lo fanno, sarebbe una buona cosa? E, se no, perché?

Ecco, la mia risposta è: “sarebbe una figata pazzesca!”

Anche più di quest’immagine, per intenderci. Che già è piuttosto fighissima…

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Linguist, entrepreneur (co-founder of Maieutical Labs), curious. I’m here on Medium mostly to learn, even when I write something.

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Adri Allora

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