Tutto intorno a te

Adri Allora
5 min readMay 5, 2022

Uno dei segreti che mi porto dentro, perché penso che un mucchio di gente possa riderne*, è la mia segreta convinzione che il fantasy sia non solo un ottimo filtro per leggere la nostra realtà, ma pure una parte immanente di questa realtà. Davvero? Certo, ecco qualche esempio.

I giganti sono tra noi

Per rendersi conto del fatto che i giganti vivono nel nostro mondo basta passeggiare tra i boschi senza meta e magari leggere qualche libro o almeno guardare qualche video del prof. Stefano Mancuso.

Nell’immagine, un uomo molto alto a fianco di un gigante malridotto.

Gli alberi. Sono giganti, sono vivi, soffrono, manifestano forme di intelligenza, di comunicazione (non solo tra loro) e addirittura di collaborazione (fa impressione sapere che è possibile che se si taglia un albero, l’albero vicino riesca a condividerne parte dell’impianto radicale dando energia e ottenendo nutrienti). Camminano, come fa la Socratia Exorhiza. Solo che sono così tanto diversi da noi, che è più facile considerali “cose” o “materiali” o “fonti di energia” che esseri viventi. Ma sono i veri giganti delle storie antiche e di quelle moderne: sono grandi e forti e lenti e longevi e parlano una lingua che non capiamo perché non è fatta di variazioni di pressione dell’aria come la nostra, quindi pensiamo che non parlino affatto. O che non possano dirci cose interessanti.

Pure i folletti!

E i gremlins capaci di smontare e distruggere ogni cosa. Solo che non sono veramente piccoli come ce li immaginiamo, infatti, quando Merlin Sheldrake parla del modo in cui i funghi scompongono, controllano aree di territorio, risolvono problemi, ci spiega anche che quelli che noi ci mangiamo non sono che i frutti della pianta, perché la pianta vera è tutta sottoterra e fa cose che, a ben vedere, potremmo quasi definire magia (e loro sì, sanno parlare anche una lingua degli alberi, visto che sono in grado di mettere in comunicazione gli alberi tra loro).

Noi ci mangiamo i folletti. Anche a te l’ha fatto venire in mente?

La magia esiste!

E la sto praticando in questo momento. Cosa c’è di più magico di far fare qualcosa a qualcuno, fargli o farle o farlǝ provare emozioni (addirittura dolore o piacere sessuale) senza toccarlǝ? Senza condividere con lǝi uno spazio, un contesto?

Non è un caso che dalla parola latina grammatica sia all’origine del glamour, la magia. Anche se non ricordo più da dove arriva, non è un’idea mia che la lingua sia un dispositivo magico, che sta un po’ nella mia testa e un po’ nella tua ma che soprattutto sta tra noi, impalpabile e sospesa in aria, incastrata tra il principio di cooperazione di Grice, l’economia linguistica di Martinet e la convenzionalità di Saussure.

Tu non trovi l’idea di fare le cose con le parole incredibile? Il fatto che dei segnetti neri possano far sapere quello che pensi e provi a gente che potrebbe non conoscerti mai perché sta dall’altra parte del mondo o vivrà dopo che tu sarai mortǝ? La possibilità di finire a letto con quella persone che ti piace così tanto non grazie a una clavata in testa o al suo odierno corrispettivo farmacologico ma perché hai detto le parole giuste?

E se anche non ci vai a letto, magari ti piace lo stesso parlarci insieme.

Le dimensioni parallele

Vuoi qualcosa di più astratto? Facile: dove vivi? Ovunque tu viva, probabilmente quando esci di casa per andare al lavoro o a fare la spesa la tua traiettoria incrocerà quella di persone che apparentemente vivono nel tuo stesso mondo, ma di cui non sai niente. Non di loro come persone. Di loro come rappresentanti di universi.

Perché calciatori e divɛ del cinema o della musica si conoscono tra loro, anche se stanno nella tua stessa città, e tu di loro non saprai niente di più delle favole e delle tragedie che ti raccontano le fonti d’informazione preposte. Ma non sai nulla neppure delle comunità d’immigratɛ che occupano un quartiere della città: puoi attraversarlo, puoi provare a parlarci insieme, ma non ne farai parte. E nel momento in cui parlerai con loro (o con le persone che vivono all’interno del villaggio circondato da muri in cemento e telecamere di sorveglianza, o con quelle che stanno sparpagliate nelle ville in collina), sarai unǝ viaggiatorǝ interdimensionale.

Quella volta che subito dopo l’Eurovision Song Contest di Torino incontrerai Mika e vi farete una foto per Instagram, avrai attestato la tua occasione di infrangere la barriera che divide la tua dimensione dalla sua. E lo stesso succederà (ma allora non ti farai il selfie) quando finirai a bere una birra a fianco a una delle persone che lavorano per l’Eurovision a cinque euro l’ora.

Dimensioni parallele, vicinissime, eppure incapaci di toccarsi.

E quella volta che ti sei vistǝ allo specchio e hai capito che eri un’altra persona? Eh, un brutto momento, quello.

Le divinità

Be’, del mio politeismo ho già fatto pubblica dichiarazione, ma poiché non trovo il post (sia maledetto il motore di ricerca interno di Medium), ecco un riassunto: non è che ci sia un dio della guerra fisico, o una divinità paterfamilias fisica che va in giro a sedurre e stuprare le giovinette. Ma le divinità antiche sono dei principi che dovrebbero metterci di fronte alle nostre pulsioni naturali per permetterci di trovare un equilibrio tra l’aggressività (Ares), la cura della casa e della famiglia (Vesta), la sessualità (Afrodite), l’arte (Apollo), la responsabilità (Zeus), il rapporto con la natura (Artemide) eccetera. Poiché queste pulsioni foggiano le nostre culture, sono presenti nel nostro mondo, anche se non è niente di simile all’Avatar series dei Forgotten Realms.

E comunque, ti faccio presente che la parola divo/diva (quelle stesse persone che vivono in dimensioni parallele) significa esattamente dio/dea.

Se ci pensi, vengono in mente degli esempi di fantasy nel nostro mondo anche a te.

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*Lo penso ancora. Ma me ne sbatto. ^___^

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Adri Allora

Linguist, entrepreneur (co-founder of Maieutical Labs), curious. I’m here on Medium mostly to learn, even when I write something.