Per la sperimentazione linguistica

Io vado poco su Facebook.

Anche perché ho la forza di volontà di un budino e quando ci vado finisco nel Triangolo delle Bermude di Internet (come stupendamente raccontato da Zerocalcare): cioè apro e sette secondi dopo sono passate esattamente tre ore in cui non ho fatto quello che avrei dovuto perché “oh, guarda cosa scrive lǝ miǝ amicǝ [sostituisci con il tuo nome]” e ho iniziato a scorrere quella maledetta bacheca infinita. Per dire: in tutta la mia vita non mi è mai capitato di arrivare a un punto in cui avevo già visto quello che l’odiato facebook mi proponeva/propinava.

Però ogni tanto ci vado. E mi capita di incappare in post che mi portano ad altri post che mi portano ad altri post che mi portano altrove ancora. E in un sottoinsieme di quei casi mi schianto su testi che mi toccano direttamente.

E allora spendo due parole per dire la mia, giusto perché, ormai lo sai, questo è il mio pensatoio (vedi la seconda immagine di questo post per avere conferma) e mi piace l’idea di condividerlo con chi ne ha voglia.

Ho incontrato questo articolo, in cui la professoressa universitaria Cecilia Robustelli dimostra di essere invecchiata male.

Parla dello schwa, quel segno che io uso abitualmente qui (questo: ǝ) per non dire che per esempio una persona è maschio o femmina.

ALERT INIZIO PIPPONE

La tradizione linguistica prevede il maschile sovraesteso/neutro in questi casi, cioè, se ad esempio ti riferisci a un gruppo misto o a una categoria astratta o a una funzione, usi il maschile. La riflessione femminista e quella linguistica non condizionata da bias sessisti ha abbondantemente dimostrato che il maschile non è mai neutro e che quella regola non è parte della grammatica ma è parte della società che, come sempre, fa delle scelte all’interno del sistema linguistico. E, bada, è giusto che sia così, perché

la lingua è uno strumento con degli scopi, e tanto meglio assolve quegli scopi tanto meglio funziona

quindi ci sta che, avendo delle possibilità, ǝ parlanti scelgano.

Il maschile sovraesteso e neutro funzionavano quando le donne non contavano un cazzo per chi decideva e non c’erano donne che decidevano, ma per fortuna le cose stanno cambiando.

È successo un mucchio di volte che ǝ parlanti abbiano fatto delle scelte: ad esempio in italiano esisteva una parola, codesto, che indicava un punto vicino all’ascoltatore. Questa parola poteva essere usata in opposizione a due parole che tu usi ancora: questo (vicino al parlante) e quello (lontano dal parlante). Adesso non la usiamo più. Perché? Perché nessuno se la cagava. E guarda che era una parola fighissima, utile in un mucchio di casi. Eppure. Eppure i nostri antenati/progenitori/quelcheerano hanno deciso che non era necessaria e hanno tagliato il ramo secco.

FINE PIPPONE

La nascita della lingua italiana dipende in ultima analisi da una serie piuttosto lunga e corposa di scelte linguistiche di questo tipo, che a propria volta possono innescare delle azioni e retroazioni con la società che le ospita. Come peraltro sa molto bene la docente Robustelli, che ancora nel 2014 scriveva:

La lingua non solo rispecchia una realtà in movimento, ma può svolgere una funzione ben più importante; quella di rendere più visibile quello stesso movimento e contribuire così ad accelerarlo.

Penso ben consapevole del fatto che la lingua è viva grazie allǝ parlanti e non allǝ accademicǝ. Se fosse per lǝ accademicǝ, parleremmo ancora latino.

Eppure oggi (in questi sei anni deve essere successo qualcosa di grave) scrive:

Progressivamente però la discussione — e non la riflessione — si è allargata, anche grazie alla rete, al grande, ormai grandissimo pubblico non specialista, dove spunta ciclicamente chi, in nome di una malintesa libertà linguistica, cede al sottile piacere di sperimentare e proporre soluzioni estemporanee e ad hoc anche per questioni linguistiche annose e insolute.

A parte il “malintesa libertà linguistica” (a casa mia questo è fascismo), l’autrice continua (sorvolo su tutte le questioni di merito, perché sono sciocchezze anche per uno come me che docente di linguistica all’università non è), etichettando le riflessioni sulla lingua come “chiacchiere da bar” svolte da chi si improvvisa “linguisti e linguiste” (e, se fosse vero, questo sarebbe classismo. Ma io ho letto commenti di persone serie che hanno studiato linguistica a livello di dottorato: forse per lei sono linguisti e linguiste solo ǝ suoǝ pari ordinariǝ con cattedra), fino ad arrivare all’affermazione che trovo chiarificatrice di una certa confusione generale:

Invece è pericoloso intervenire sul sistema della lingua, tanto più se non si prevedono i contraccolpi che tale intervento può determinare e le sue conseguenze sul piano della comunicazione.

In prima battuta pensavo di mettere il celeberrimo facepalm del capitano Picard, ma visto l’argomento ho preferito darmi un tono con questa immagine di Caino.
No, alla fine non ce l’ho fatta.
Anche Gesù. Per mettere le cose in chiaro.

Ecco, la cosa che mi pare incredibile è che si pensi che sperimentare con la lingua comporti dei… pericoli?

Cioè, se io proponessi di smettere di pronunciare e scrivere tutte le vocali della lingua italiana, e se anche trovassi qualche migliaio di persone disposte a seguire la mia proposta, dopo poco tempo queste persone mi prenderebbero per scemo e tornerebbero alle amate vocali. E lo stesso se proponessi di azzerare il sistema verbale usando solo il presente.

Se l’uso dello schwa comportasse la deflagrazione del sistema dell’accordo morfosintattico o cancellasse il genere femminile dalla lingua italiana, i e le parlanti troverebbero scomode queste innovazioni e le casserebbero. Come sarebbe giusto fare. Nessun pericolo. Sperimentare con la lingua (e scusami se quando ricorro a questa locuzione devo fare sempre l’esercizio di ricondurre la mia mente alla linguistica), è una cosa buona e giusta, anzi, è un diritto di chiunque parli quella lingua.

Non è come approvare disegni di legge dannosi, negare realtà scientifiche o bere candeggina invece di farsi il vaccino.

Esattamente come nelle scienze, la linguistica descrive una realtà che le è esterna. Non sono le fisiche e i fisici che decidono come funziona l’universo, loro lo descrivono soltanto. E non sono i linguisti e le linguiste che decidono come funziona la lingua nei loro laboratori di lingua sperimentale. Unǝ linguista ti potrà dire se, allo stato attuale del sistema linguistico, quello che produce la tua fantasia è grammaticalmente accettabile oppure no, ma non ti può negare di sperimentare né di argomentare la tua sperimentazione, perché saranno la pratica e l’uso a definire se il tuo uso e le tue argomentazioni funzionano oppure no.

Prima dell’ovvia conclusione, voglio aggiungere una cosa: in realtà a me la lettura di quell’articolo ha fornito una precisa indicazione, perché mi ha chiarito che sto sbagliando nell’usare il segno ǝ indifferentemente per singolare e plurale, in fondo in italiano quando esiste flessione nominale per genere c’è anche per numero (e non viceversa) e quindi d’ora in poi userò anche il segno з per il plurale (lo schwa lo impiegherò per il singolare soltanto. Figo, vero? Non me lo sono inventato io, ma sono orgoglioso di fare mia la proposta di Luca Boschetto).

E ora: l’ovvia conclusione

Sperimenta, usa tutti i segni che vuoi, sentiti liberǝ, e sentitevi liberз, di sperimentare e difendere le tue/vostre argomentazioni. È solo seguendo i desideri di chi le parla che le lingue cambiano e si evolvono!

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Linguist, entrepreneur (co-founder of Maieutical Labs), curious. I’m here on Medium mostly to learn, even when I write something.

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Adriano Allora

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