Scuola e società

Il 25 giugno ho seguito il Product Management Day 200 organizzato da 20tab e, insieme a molte altre cose, ho scoperto perché è così difficile innovare nel mondo della scuola.

Prima pensavo, se mi conosci forse te l’ho già raccontato, che dipendesse da quel tira-e-molla che ci aveva spiegato quel quadro del MIUR, quando (credo fosse il 2013) fummo convocati per proporre innovazioni al mondo della scuola e noi proponemmo uno strumento unificato di distribuzione contenuti digitali, gratuito e aperto a tutti gli editori (ci arriveremo, ma adesso). Dopo che fummo congedati, il summenzionato quadro ci raggiunse fuori dall’ufficio e ci disse che la nostra idea gli era piaciuta davvero tanto ma che nessuno l’avrebbe mai realizzata perché alla base della vita della scuola ci sono tre gruppi di potere:

  1. i ministeri vogliono risultati immediati (cosa rara nel mondo della scuola) a costo zero (questo invece è fattibile, praticamente sempre);
  2. i sindacati proteggono lɛ docenti che hanno meno bisogno di tutele (ad esempio non proteggono i precari) e coloro che hanno meno voglia di lavorare, e questo è un grosso problema, se vuoi innovare, perché devi costringere della gente a lavorare di più (lo sapevi che lɛ cacciatorɛ raccoglitorɛ lavorano meno ore al giorno di unǝ agricoltorǝ o di unǝ impiegatǝ? Certo, muoiono se c’è una siccità o se si prendono un’influenza, ma lavorano meno ore);
  3. gli editori non vogliono fare niente che minacci di ridurre i loro margini, e anche questo è un problema perché una caratteristica dell’innovazione è la garanzia di una spesa senza la corrispondente garanzia di una resa.

Questo è quanto mi fu detto, e io l’ho sempre tenuto nel mio cuoricino come una verità inconfutabile. Al pari, per dire, di: (A) secondo dio dobbiamo scopare molto più di quanto dobbiamo figliare; (B) se gli stupri dipendessero dall’abbigliamento o dalle abitudini sessuali, rispettivamente le spiagge d’estate sarebbero un continuo di stupri e le ragazze vergini non verrebbero mai stuprate (invece: gli stupri dipendono dagli stupratori, quindi quegli argomenti sono inefficaci); (C) odio chiunque sostenga cose come “se vuoi, puoi” (per la quale ti rimando all’appendice qui sotto, perché è davvero una cosa che mi fa rosicare).

E invece no

A quanto pare la difficolta di innovare nel mondo della Scuola dipende da un fatto sistemico correlato a una caratteristica specifica della scuola che ho individuato qualche tempo fa e cioè che

l’aspetto definitorio della Scuola non è la sua missione ma il suo essere apparato.

Allora, metti l’essere apparato (che dipende dal fatto che nessuno di coloro che hanno interesse alla sua missione ha voce in capitolo nella sua gestione) insieme alla legge di Martec, descritta nel 2013 da Scott Brinker, questa qui:

e tutto diventa più chiaro.

La legge di Martec dice che se anche la tecnologia cambia esponenzialmente (questa in realtà è la legge di Moore), le organizzazioni cambiano logaritmicamente (cioè, per chi è a digiuno di matematica, molto più lentamente)(se sei a digiuno di matematica, prova il nostro software MathX!).

Se sostituisci tecnologie con mondo e organizzazioni con scuola hai un quadro perfetto: il mondo cambia a una velocità, la Scuola a un’altra, molto più lenta, quindi la Scuola è destinata ad essere sempre più inadeguata per preparare al mondo.

Questa invece è la legge di Moore, per completezza (rubata qui).

Ho barato

Lo sai: lo faccio.

Naturalmente la legge di Martec non spiega alcunché. Descrive. Ma io l’ho trovata una confortante conferma di un fenomeno che vedo nel mondo della Scuola e che continua ad essere spiegato dal fatto che gli e le stakeholder veramente interessatɛ alla mission della Scuola non hanno alcun potere, mentre tutto il potere sta nelle mani di chi non è interessato allo scopo della Scuola.

Per me l’argomento è sensibile, perché ho l’impressione che anche le tecnologie didattiche si stiano evolvendo molto più in fretta del mondo della Scuola, e questo mi terrorizza, dipendendo il mio vitto proprio dalle tecnologie didattiche.

Non ho mentito solo in questo.

Esistono sacche di buona scuola, esistono docenti che sperimentano (dalle lezioni segmentate al WRW, dai sette principi della didattica innovativa proposti da Erickson alle tecniche di Lemov, dal preistorico SQ3R alla didattica centrata sulle competenze, ma questi sono solo nomi, ci sono sperimentazioni che vanno oltre) e la presenza di rivoli di attività che si sottraggono alla logica che ho descritto prima, di persone che ancora mirano alla formazione di cittadinɛ felici e produttivɛ, è la dimostrazione che c’è speranza. Ma, certo, non è un fatto sistemico.

Un fatto sistemico è che entro il 2045 un computer da 1.000 euro sarà in grado di processare in un secondo tanti calcoli quanto l’intera umanità e che, se non si fa qualcosa, la Scuola nel 2045 sarà così lontana dal mondo reale che l’idea diffusa oggi che studiare serva a nulla sarà menzionata come una delle caratteristiche dell’età dell’oro dell’insegnamento.

La soluzione?

Visto che non si può dare potere allɛ studenti (perché no) e visto che non si può rendere sistemiche le sperimentazioni (perché no), non c’è soluzione.

O, meglio, ce ne sarebbero tantissime, ma… chi le vuole?

Non so da dove arriva, l’ho trovata sul mio desktop. Giuro!

APPENDICE: Se lo vuoi, puoi (o: se ti impegni davvero, ce la farai)

Questo è uno dei cavalli di battaglia di una certa destra benestante che ci trova la giustificazione di un mondo in cui qualcuno sta bene e qualcun altro no, il cui leit motiv è: i poveracci che davvero si sono impegnati hanno avuto successo, sono lì a dimostrarlo. Come se la coda di una gaussiana fosse rappresentativa dell’intera popolazione che solo la gaussiana nel suo complesso può rappresentare.

È una frase crudele, oltre che falsa, ma almeno è facile smontarla: infatti

se fosse vera, i vertici delle nostre società e le persone ricche e potenti sarebbero solo incredibili esempi di compentenza e determinazione.

“E infatti è proprio così! Cosa ci posso fare se sono così performante?”

Invece alle posizioni apicali vediamo nella maggior parte dei casi i e le discendenti di famiglie ricche. Il che dimostra che l’impegno, la determinazione e la competenza non sono la variabile determinante. Vorrei dire “necessaria ma non sufficiente”, ahimé, né necessaria né tantomeno sufficiente (Gianluca Vacchi docet).

Allora, mi dice, determinazione e competenza non contano niente? Contano, ma conta di più il conto in banca della tua famiglia, il luogo dal quale arrivi, le tue conoscenze.

Mi duole riconoscere, tuttavia, che “se vuoi, puoi” è una frase perfettamente funzionale al mio discorso sull’innovazione nel mondo della Scuola: se si volesse, si potrebbe. Ma ho il vago sospetto che i sistemi funzionino diversamente dalle persone (e comunque no: perché gli e le studenti probabilmente vorrebbero, ma non possono).

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Linguist, entrepreneur (co-founder of Maieutical Labs), curious. I’m here on Medium mostly to learn, even when I write something.

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Adri Allora

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