Dalla copertina del report. Non so perché, mi ricorda gli anni novanta.

Uno sguardo quantitativo sul lock-down

A novembre è stato pubblicato il Report di INDIRE sulle pratiche didattiche durante il lock-down.

È una lettura interessante che sistematizza le risposte di oltre 3700 docenti di ogni ordine scolastico (quasi il 60% dei docenti che hanno risposto insegna nella secondaria; dei rispondenti alla secondaria di secondo grado, il 41,6% appartiene ai licei, il 44,4% ai tecnici e il 14% ai professionali) e da ogni parte d’Italia (più del 70% in grandi centri).

Il Report è “un’istantanea che intende fotografare un particolare momento storico“, scevro da pretese di esaustività.

Vediamo un po’ che cosa racconta, attraverso una selezione e un filtro personali (miei, non si fosse capito).

Strategie didattiche

Le componenti didattiche più praticate dai docenti italiani possono essere considerate la trasposizione della didattica tradizionale frontale nella DaD: video-lezioni, assegnazione di risorse per lo studio, valutazione esterna attuata dal docente.

Il 71% dei docenti nella secondaria di secondo grado usa come strumento in DaD la lezione frontale.

Non. Ci. Schiodiamo.

Esistono alternative? Il report individua un 17% di docenti, definiti come “laboratoriali”, che ha fatto/chiesto: ricerche online, project work, produzione di elaborati, attività in differita (mail, forum, social network), costruzione di artefatti digitali, attività laboratoriale, videoconferenze e chat. Questi docenti ricorrono più frequentemente sia alla valutazione tra pari che all’autovalutazione. Teniamo presente quesa minoranza, perché tornerà.

Qualità percepita della DaD

Quasi tutto (relazione tra pari, relazione educativa, interazione, attenzione, capacità di collaborazione e cooperazione, qualità degli apprendimenti, motivazione) è percepito in peggioramento rispetto a prima (ah, l’età dell’oro della didattica in presenza, quando tutto funzionava perfettamente e lǝ studenti si abbeveravano in perfetta armonia alle fonti del sapere), qualcosa in miglioramento (autonomia degli studenti… se non è una strategia di sopravvivenza questa).

Devo dire, personalmente, che a me lasciano molto perplesso le numerose valutazioni di, in media, circa un 30% dei docenti per cui non c’è stato alcun mutamento. In particolare solleva un dubbio quel 40% dei docenti che ha risposto che non c’è stata variazione nella qualità degli apprendimenti: quanti di questi sono super-docenti con una competenza e una professionalità tali da poter insegnare indifferentemente attraverso uno o l’altro canale, adattandosi alle necessità senza variazioni di un livello certo molto alto di didattica, e quanti sono talmente incompetenti da non rendersi conto delle differenze ?

Interessante la differenza percepita tra docenti laboratoriali e non laboratoriali: non entrerò nel dettaglio (per questo c’è il testo originale, pigronǝ!), ma è evidente che chi si sbatte a cercare alternative viene poi premiatǝ (perché, non neghiamolo, insegnare può dare anche grandi soddisfazioni).

Tempi

Il tempo trascorso in DaD è stato inferiore a quello della didattica in presenza, ma ǝ docenti hanno lavorato in media di più. Su questo si potrebbero costruire castelli in aria pazzeschi, io mi limiterò a notare l’ovvio: unǝ docente preparato, in presenza, non ha bisogno di nient’altro per fare lezione, può certamente preparare materiali e attività ad hoc, che spesso migliorano l’esperienza didattica, ma il mezzo di comunicazione principale ce l’ha già e lo usa dalla nascita: è il suo corpo in quella che in linguistica viene chiamata situazione comunicativa standard. In DaD non è così: ogni filtro, ogni tecnologia, ogni variabile contestuale richiede accorgimenti e aggiustamenti specifici.

Fare DaD bene, significa lavorare di più, molto di più.

Ancora a proposito dei tempi, mi ha stupito che bastassero due settimane per preparare la dad per più del 70% delle scuole (ma non dovrebbe stupire alla luce di quanto scritto sulle strategie didattiche: “son due settimane, che faccio, lascio?”).

Tecnologie

Affascinanti i dati sul modo in cui sono stati risolti i problemi di accesso delle famiglie e deǝ ragazzǝ (notate, per favore, che ho incluso le famiglie), su cui però ci vorrebbe un post a parte (magari scritto da qualcuno di più competente di me sui problemi specifici in oggetto), mentre io vorrei chiudere su qualcosa che mi è professionalmente più vicino: le tecnologie.

La DaD, come lo SMA-WO (vedi qui per capire cos’è), ha infranto più di una barriera: mo SMA-WO in termini di tempo, la dad in termini di formalità-informalità: nel disordine iniziale, moltǝ docentǝ sono ricorsi a vie di comunicazioni informali: da Whatsapp (usato come strumento di DaD dal 61,7% degli e delle insegnanti) alle mail personali (magari deǝ genitorǝ) e non istituzionali. Male, molto male: dov’erano le segreterie didattiche in quel momento? I loro telefoni dovevano bollire, per garantire che tutte e tutti avessero l’accesso a distanza alle scuole.

Ah, ma forse i mesi da giugno a settembre non sono stati sufficienti a prepararsi per questa emergenza… chi avrebbe mai potuto immaginare un altro lock-down?

Torniamo alle tecnologie, che è meglio: se il registro elettronico, Meet, Whatsapp e la posta dominano, troviamo nel novero degli strumenti anche Skype, Telegram e Facebook (per menzionarne alcuni). Ecco un’altra meravigliosa strategia di sopravvivenza.

Curioso che il libro di testo sia stato usato solo dal 28,6% dei docenti, a fronte di un 27,3% di contenuti autoprodotti (sarebbe stato interessante poter confrontare questo dato con quel che c’era prima del lock-down), chiara dimostrazione che in una situazione di DaD il libro non può più essere pensato in questa forma, con questa strutturazione dei contenuti.

Mi fermo qui? Mi fermo qui.

Ma voi no, voi continuate a pensarci, per favore.

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Linguist, entrepreneur (co-founder of Maieutical Labs), curious. I’m here on Medium mostly to learn, even when I write something.

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Adriano Allora

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