Dormire sui libri

C’è chi fuma, chi ha la passione del calcio, chi il vizio della Nutella, io amo i libri. Non tutti, ma quasi. Non veramente i libri, ma i loro contenuti. Storie, spiegazioni, immagini. Gli unici libri che non sopporto più sono quelli di scuola, e non solo perché se penso “libri di scuola” mi vien da pensare (come papà) “soldi spesi per le scuole delle ragazze” ma anche (come professionista) “problemi sulla linea, problemi di distribuzione, problemi di propaganda… e soldi spesi”. Anche per questo, ma non solo.

I libri di scuola sono, come dei beni di lusso, molto costosi perché la filiera che li porta nelle case è una filiera che coinvolge tante persone, tante competenze e tanti materiali. E, come i beni di lusso, sono ritenuti indispensabili dalle persone che possono permetterseli (lɛ docenti che non li pagano).

E, come i beni di lusso, sono generalmente sottoutilizzati: non c’è differenza tra il non usare la Ferarri tutti i giorni per andare al lavoro o a fare la spesa e usare il 30% del libro di antologia o il 10% degli esercizi del libro di matematica.

I libri di scuola sono superati su molti fronti (quanto è inefficiente e inefficace un libro di esercizi di matematica o di grammatica rispetto a un software, interattivo e adattivo e capace di erogare esercizi finché lǝ discente non dimostra di sapere?), sono pesanti e (come ho testé detto) costosi e ipertrofici rispetto al loro uso, eppure la maggioranza dellɛ docenti ritiene di non poterne fare a meno (con la colpevole partecipazione delle case editrici di scolastica).

Perché rappresentano un canone, incarnano una tradizione e costituiscono una comfort zone all’interno della quale lɛ docenti si sentono protettɛ, coccolatɛ, al sicuro. Ma è una comfort zone che come tutte le comfort zone concede il lusso di non sforzarsi, di non sfidare se stessɛ, di non innovarsi e migliorare.

C’è una bella citazione, al riguardo, di Roberto Maragliano (cfr. qui):

Pensare e far pensare che la conoscenza sia producibile e riproducibile in forma di manuale significa, io credo, toglierle ogni istanza di problematicità, significa appiattirla, equivale a fare di ogni provvisorio portatore di quella conoscenza non già un attore quanto uno spettatore, corrisponde ad un progetto di chiusura più che di apertura delle menti.

il progetto di chiusura è esattamente la strategia con la quale lǝ docente si barrica dietro il volume e riduce lǝ discente in spettatorǝ, in fruitorǝ passivǝ.

E noi ne abbiamo ogni giorno la dimostrazione, ogni giorno una diversa. In questi giorni stiamo cercando di attivare docenti di tutta Italia per partecipare a una iniziativa del PNRR. Per noi si tratta di mettere a disposizione i nostri software e le nostre competenze, per loro di mettersi in gioco, gratuitamente (c’è il PNRR che paga). Abbiamo già trovato la scuola capofila del progetto e stiamo cercando di allargare il più possibile l’iniziativa. Ecco due risposte dal mucchio:

Abbiamo iniziato con docenti che ci conoscono, così sanno che cosa avrebbero gratis oltre al resto.
Questa mi pare sensata: sono al mio primo anno, quindi non faccio niente di “pericoloso”. Se non è difendere una comfort zone questo…

Lo sconforto che prende me e il mio socio quando leggiamo queste risposte non ha possibili verbalizzazioni, io passo sempre attraverso le cinque fasi di elaborazione del lutto (della Scuola):

  1. negazione: no, non è possibile, si sarà sbagliatǝ, non avrà capito cosa gli stiamo proponendo, forse ha posto la questione allɛ collegɛ nel modo sbagliato…
  2. rabbia: ma cazzo, dovrebbero licenziarlɛ tuttɛ, questɛ incompetenti! Sono davvero l’incarnazione dellɛ dipendenti pubblicɛ da luogo comune! Questo è l’effetto di centosessant’anni di politiche del cazzo sull’educazione!
  3. contrattazione: è difficile uscire da certi framework concettuali, lo sappiamo già, e poi ce ne sono sempre alcunɛ che comunque si impegnano, studiano, innovano… lɛ nostrɛ tengono duro!
  4. depressione: non ce la faremo mai… falliremo… la Scuola è irrecuperabile… il futuro della Nazione è irrecuperabile…
  5. accettazione: occhei, non è perfetta, anzi, però è vero che noi alle formazioni parliamo con gente sveglia, avventurosa, che magari non ama i nostri software ma comunque non è arroccata su posizioni immobiliste. Una parte della scuola è andata, ma possiamo sempre lavorare col resto…
Solo che, a differenza del capitano Kirk, lǝ docente rinunciatariǝ non ottiene successi se non nella forma di una busta paga assicurata.

E la colpa sarebbe dei libri?

No, è chiaro, la colpa è dellɛ docenti, dellɛ dirigenti, del personale non docente, delle case editrici, delle famiglie che non attribuiscono nessuna importanza alla formazione e del MIUR che non tratta il lavoro d’insegnamento come un vero lavoro (valutato, premiato, sanzionato).

Ma il libro scolastico è, insieme alla lezione frontale, lo strumento principe della trasmissione di una certa idea di insegnamento… (è chiaro vero che sto parlando di formazione dellɛ docenti e non dellɛ allievɛ?), quindi quando penso ai libri di testo, penso che il modo per dare uno scossone alla Scuola sarebbe quello di agire sui libri di testo.

Che cosa succederebbe se, improvvisamente, si decidesse che i manuali scolastici non sono più ammessi a scuola?

E se le istituzioni deprecassero le lezioni frontali?

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Linguist, entrepreneur (co-founder of Maieutical Labs), curious. I’m here on Medium mostly to learn, even when I write something.

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Adri Allora

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